mag 30 2018

chi comanda 30 05 2018

Published by at 3:51 pm under cronaca nazionale,Politica nazionale

CHI COMANDA E’ Paolo Delgado, sul Dubbio, a raccontare i precedenti del match Mattarella vs Salvini&Di Maio, che dimostrano come la contesa attuale su chi ha ragione sia causata dal “buco” dell’art. 92 “Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i Ministri”, che “dimentica” di spiegare cosa succede se i due non andassero d’accordo; arrivasse il tempo dell’art. 88 “Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse”: e se i Presidenti delle Camere non sono d’accordo? Confrontiamo i due articoli col 94 “Il Governo deve avere la fiducia delle due Camere. Ciascuna Camera accorda o revoca la fiducia mediante mozione motivata e votata per appello nominale”: col 94 il Governo “deve”, con gli altri due sopra il deve rimane nel mondo di sogni; perché?
Se vogliamo, ecco pronto un altro esempio: tutti fessi fino a maggio 2018, presidenti della Repubblica e candidati premier, o entrambi avevano capito che il buco andava colmato col buon senso della politica?
—«Il Presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i Ministri». E’ intorno a questo articoletto della Costituzione, il 92, che si svilupperà nei prossimi giorni il percorso della crisi. E’ dal braccio di ferro che si sta svolgendo intorno al medesimo articolo che dipenderà la nascita o meno del governo gialloverde. Il caso Conte, con i suoi un po’ grotteschi curricula gonfiati, maschera infatti il vero oggetto del contendere che è il ministero chiave dell’Economia.
Il solenne art. 92, per la verità, è stato per lunghi decenni oggetto di ricerche nei “Chi l’ha visto? ” dell’epoca. La Repubblica dei partiti semplicemente lo ignorava. A decidere tutto erano i capipartito, trattando tutt’al più con il presidente del consiglio incaricato, ammesso che questi avesse qualche forza di suo. Il notaio del Colle si limitava a eseguire.
La svolta arrivò con Oscar Scalfaro, l’apripista dei presidenti monarchi. Dipese dalle circostanze più che dalla volontà dell’uomo. Appena insediato, la tempesta di tangentopoli e del referendum travolse la prima Repubblica. In quella fase di travagliata transizione, la sovranità scivolò in larga misura nelle mani del capo dello Stato. Fu lui a scegliere il governatore di Bankitalia Ciampi, nel 1993, come premier del governo che avrebbe dovuto gestire il Paese mentre il parlamento cercava l’accordo su una nuova legge elettorale. Fu lui a scegliere, con Ciampi e con i leader del Pds Occhetto e dell’agonizzante Dc Martinazzoli i ministri di quel governo. Quando, dopo la vittoria alle elezioni del 1994, il Polo guidato da Berlusconi vinse le elezioni impedì la nomina a ministro della Giustizia di Cesare Previti, chiacchieratissimo avvocato del premier. Dopo la caduta di quel governo, nel giro di pochi mesi, Scalfaro compilò di nuovo la lista dei ministri con il premier, indicato e poi rinnegato dal disarcionato Berlusconi, Lamberto Dini.
Quanto a protagonismo, si sa, Napolitano non è stato secondo a nessuno. Il confine tra presidenza della Repubblica e sovranità piena lo ha varcato più volte e in piena consapevolezza. Sui ministri il suo semaforo rosso è scattato in alcuni casi di fondamentale importanza, al momento della formazione del governo Renzi, nel 2014. Renzi si era presentato con la casella del ministero della Giustizia occupata da un magistrato d’assalto, certamente tra i più efficienti ma anche tra i meno attenti alle garanzie, Nicola Gratteri. E’ probabile che quel nome per Napolitano, che ha sempre guardato con poca benevolenza il giustizialismo, non piacesse per una lista di ragioni lunga quanto un elenco del telefono. Ma per bloccarlo mise in campo un’argomentazione di carattere generale: l’inopportunità di affidare il ministero di via Arenula a un magistrato. Alla fine a essere nominato fu uno degli esponenti del Pd più vicini al presidente: Andrea Orlando.
Ma ciascuno di questi presidenti, persino Scalfaro e Ciampi alle prese con Berlusconi, erano alle prese con leader per cui i buoni rapporti con i vertici istituzionali, quelli romani quanto quelli allocati a Bruxelles, erano desiderati e ricercati al punto di sacrificare molto per conquistarli. Mattarella si trova in una situazione diversa e molto più scomoda. Vedremo nel giro di pochi giorni se riuscirà nonostante tutto a incidere o se, dopo il colpo a vuoto del governo del presidente, dovrà registrare sulla nomina dei ministri un nuovo scacco.

Rivolta 30 05 2018 www.flaminiocozzaglio.info flcozzaglio@gmail.com

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