mag 14 2018

la legge del più forte-ottocentosettantasei 14 05 2018

Published by at 7:20 pm under costume,cronaca cremonese,cronaca nazionale,Giudici

LA LEGGE DEL PIU’ FORTE – OTTOCENTOSETTANTASEI Resto sempre convinto che il caso Iori sia il peggiore di tutti, ergastolo senza una prova che regga, ma certamente quando la fantasia di investigatori e giudici dilaga, San Francesco il lupo di Gubbio non l’ha ammansito: l’ha ucciso e mangiato! Il Dubbio riprende il caso Carlotto, perché non son bastati i processi, adesso ci si mettono di mezzo anche i politici a confermare le sentenze! —L’accusa di omicidio e la condanna con prove “discutibili”. Poi la fuga, la grazia e – è notizia di oggi – la censura. Le vite di Massimo Carlotto – perché è di vite, al plurale, che si deve parlare quando si nomina Carlotto – professione scrittore, sembrano proprio non dover finire. E oggi, a distanza di 40 anni da quando era un giovane militante di Lotta continua accusato di omicidio, Carlotto si ritrova a vivere un’ennesima vita, questa volta “generata” dal furore censorio di chi non si rassegna alla conclusione della sua vicenda giudiziaria. Ma andiamo con ordine. Qualche giorno fa la Rai ha fatto sapere che dal prossimo 18 maggio Carlotto condurrà Real Criminal Minds: una serie di 24 puntate dedicate ad altrettanti delitti famosi. E sarà lui, Carlotto, scrittore e vittima di un intricato meccanismo giudiziario, a introdurre le 24 storie. La scelta ha immediatamente innescato la polemica e dato fiato all’ “ufficio censura”: “La scelta della Rai è agghiacciante”, ha tuonato Roberto Ciambetti, presidente del consiglio regionale del Veneto. Peccato che Ciambetti abbia saltato a piè pari anni e anni di processi, emettendo la propria personalissima sentenza. Eppure la vicenda di Massimo Carlotto è assai complicata e intricata. Al di là del fatto che si è conclusa con la grazia del presidente della Repubblica e la riabilitazione di tutti i suoi diritti, basterebbe considerare che il  il romanzo giudiziario dello scrittore è iniziato nel 1977 e si è concluso nel lontano 1992. Nel mezzo: decine di udienze, revisioni, prove mancanti o scomparse nel nulla. L’accusa, durissima, lo indicava come l’autore dell’omicidio di Margherita Magello, una giovane donna di 24 anni, uccisa da 59 coltellate il 20 gennaio del ‘76 a Padova. Carlotto, che allora ha appena 19 anni ed è un militante di Lc, si trova a passare vicino l’appartamento della donna quando sente urla strazianti che invocano aiuto. A quel punto, questa è la sua versione, entra nella casa da cui provengono quelle grida e prova a soccorrere la donna. Carlotto naturalmente si sporca di sangue e, spaventato, fugge via. Qualche ora dopo, però, si presenta spontaneamente davanti ai Carabinieri e racconta la sua versione dei fatti. Gli inquirenti però non gli credono e l’accusa è pesantissima: omicidio volontario aggravato. Per Carlotto inizia l’inferno. Eppure le cose sembravano mettersi per il meglio: nel primo processo viene infatti assolto per insufficienza di prove. Ma, qualche mese dopo, l’Appello rovescia il giudizio e lo condanna a 18 anni di carcere. Pena confermata anche in Cassazione. Ma prima della sentenza fugge in Francia e poi in Messico. Ben presto viene fermato dalle autorità locali ed estradato. Ma la sinistra italiana crede alla sua innocenza e Nilde Iotti e Norberto Bobbio firmano un appello che chiedono la revisione del processo. Carlotto nel frattempo si ammala e i legali chiedono la scarcerazione per motivi umanitari. Nel 1989 la Cassazione accoglie parte delle sue richieste, annulla la condanna e ordina la revisione del processo. La nuova Corte sembra decisa ad assolverlo ma il presidente del Collegio va in pensione: nuovo presidente, nuovo processo. Gli avvocati di Carlotto protestano e denunciano la violazione del divieto del doppio processo. La vicenda si infila dunque in un vortice giudiziario senza uscita e prima che Carlotto riceva l’atto di clemenza si conteranno 7 processi e 11 sentenze. La grazia, firmata dall’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, arriva l’8 aprile del 1993 e 11 anni più tardi arriva la sentenza, l’ultima, di riabilitazione. “In corte d’assise- commentò lo scrittore alla fine di quella Odissea – soprattutto i giudici popolari, pretendono un imputato che sia una via di mezzo tra Totò e Alberto Sordi, infinitamente ridicolo ma anche infinitamente drammatico. Chi si comporta in altro modo è scomodo e antipatico e io lo sono sempre stato”. E di fronte alle nuove polemiche Carlotto è laconico:: “Non capisco il ragionamento di Ciambetti, io sarei un serial killer? Ho ottenuto la riabilitazione e con essa tutti i miei diritti civili, sono un cittadino italiano come chiunque altro. Potrei diventare Presidente della Repubblica, figuriamoci condurre una trasmissione Rai. Ma lasciamo stare”. Evidentemente dopo quello che ha vissuto non riesce proprio a scomporsi per un Ciambetti qualsiasi.

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