Ago 04 2021

i più eguali-centoventinove 04 08 2021

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I PIU’ EGUALI – centoventinove

Dalle mie 70 cartelle sui processi, non trovo un editore per quanto mi impegni, una delle più grosse, mentre Iori il 14 ottobre festeggia quel che sappiamo.

—E non è finita qui; si può dare del buonanulla in mille maniere, senza usare la parola; Maurizio Iori è il primo, immediato buonanulla: pur avendo ogni possibilità di pigiare il dito di Claudia su tutti e venti i lati dei blister, lo fa su uno solo!

Del rispetto della Corte verso il popolo italiano, in cui nome son pronunciate le sentenze, visto che deve credere, il popolo italiano, a un Maurizio Iori che “stampa” un solo Dna, lasciamo perdere.

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Ago 04 2021

cremonesità-settantasei 04 08 2021

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CREMONESITA’ – settantasei

Oggi non scriverò di www.cremonasera.it, troppe notizie, ma di Domani, il quotidiano di sinistra di De Benedetti Carlo, costretto o per scelta a far pubblicità perfino su Welfare Cremona….

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Ago 04 2021

giorgia meloni 04 08 2021

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GIORGIA MELONI

vista da Domani, il quotidiano di De Benedetti.

—Io sono Giorgia non è solo un grande successo editoriale. È l’autobiografia e un po’ il manifesto della donna che ha fondato e oggi guida uno dei primi partiti italiani (se non il primo, ed era solo terzo al tempo della pubblicazione). È quindi un libro importante. Va detto che leggendolo sorge il sospetto che ci sia dietro un buon ghostwriter, o forse più d’uno. È solo un sospetto, naturalmente, dovuto a uno stile di scrittura complesso e scorrevole, capace di giocare abilmente fra diversi piani narrativi. Ed è proprio in questo doppio binario, in realtà, l’aspetto più interessante. Perché qui le idee sono di estrema destra. Di una destra così radicale, e forte, come nell’Italia democratica non l’avevamo mai vista. Giorgia Meloni è decisamente più a destra di Fini, a giudicare da quello che scrive. Ed è più preparata e colta di Salvini. Forse allora tutto il profluvio di citazioni e la sua storia personale servono a indorare una realtà ben più cruda: quello che lei pensa dell’Italia e del mondo.

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Ago 04 2021

città sommersa 04 08 2021

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CITTA’ SOMMERSA

Anche se di pochi metri, con video del Corriere!

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—Con un piccolo batiscafo nelle meraviglie del parco di Baia, in provincia di Napoli

Nemo Sub è un semi sottomarino (o piccolo batiscafo) ormeggiato nel porto di Baia, in provincia di Napoli. E’ lì perché pochi metri sotto il livello del mare ci sono i resti archeologici dell’antico porto, di ville romane, statue e antiche strade, sprofondate sotto il livello del mare a causa del bradisismo, cioè una oscillazione della terra che sale e scende a intervalli regolari producendo un abbassamento della terra, nel caso della vecchia città di Baia fino a 3,5 mt sott’acqua.
Il semi sottomarino è dotato di un pescaggio di circa 1,30 mt che consente di ospitare otto persone a bordo.
Attraverso dei pannelli di vetro si può ammirare il Parco sommerso di Baia che coincide con un’area marina protetta. «Baia è stata per tanti anni la California del mondo attuale, il luogo in cui tutti quelli che avevano le possibilità volevano passare un periodo estivo godendo del paesaggio e delle terme» racconta il direttore del Parco archeologico dei Campi Flegrei, Fabio Pagano. Grazie alla particolare imbarcazione si può vedere il ninfeo di Punta Epitaffio, le terme del lagus con spettacolari mosaici pressoché intatti, le stanze imperiali con statue raffiguranti divinità e membri della famiglia dell’imperatore Claudio le quali circondavano il triclinio, una stanza da banchetto con cui si poteva entrare direttamente con una barca e cenare attorno a questo piccolo canale coperto.

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Ago 04 2021

di nuovo un fallimento 04 08 2021

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DI NUOVO UN FALLIMENTO

della Pubblica Amministrazione, annota www.cremonasera.it; mia diagnosi: alla faccia di chi vorrebbe render pubblica ogni impresa, l’obiettivo è certo!

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—Ex Istituto Cremonese di Maderno, adesso ci pensi la Regione. Dopo la quarta asta andata deserta, entro l’anno una nuova stima

Se Borno piange Maderno non ride. Anche il secondo immobile eredità dal Consorzio antitubercolare rappresenta per la Provincia di Cremona una palla al piede. Dovrà ora essere la Regione ad indicare entro l’anno una nuova stima in vista dell’alienazione della struttura, dopo che è andata deserta anche la quarta asta, mentre nel frattempo l’ex istituto si è deprezzato da 13,4 ad 8,8 milioni di euro. L’ex istituto cremonese è un lascito che appartiene all’amministrazione provinciale di Cremona ma che coinvolge tre soggetti, che saranno poi i reali beneficiari di un’eventuale vendita: la Fondazione Sospiro, l’ATS di Cremona e Regione Lombardia.

Quanto al futuro dell’immobile, il Piano di governo del territorio di Toscolano Maderno non preclude alcuna strada. Una variante urbanistica approvata nel 2010, proprio per rendere appetibile l’edificio ad eventuali investitori, ha ridotto l’area a destinazione alberghiera introducendo 2mila mq di nuove superfici residenziali (15-20 appartamenti), edificabili nel parco. La variante ha inoltre aperto la porta ad una eventuale destinazione di tipo sanitario, in aggiunta a quella alberghiera, così da poter ospitare nell’immobile, come richiesto dalla Provincia di Cremona, un centro benessere o una piccola clinica. Nel bilancio della Provincia per il 2021-2023 è previsto un fondo accantonato in conto capitale per alienazione dell’immobile di Toscolano Maderno di € 125.000,00 in attesa di futuri utilizzi a vendita effettuata ed un’entrata in conto capitale di 8,8 milioni in previsione di una eventuale alienazione. Tra dicembre 2019 e luglio 2020 vi sono stati sei incontri con i rappresentanti di Fondazione Ospedaliera di Sospiro e Regione Lombardia per stabilire in accordo tra tutte le parti le opportune strategie di vendita; e a fine luglio 2020 si è stabilito che Regione Lombardia si incaricherà di acquisire agli atti una nuova stima che sia per quanto possibile più fedele e congrua all’attuale stato di fatto della struttura e del mercato. Nel frattempo è stata richiesta al Comune di Toscolano Maderno l’integrazione della destinazione d’uso al fine di rendere ancora più appetibile il bene. Costruito a fine Ottocento con l’ampliamento dell’allora Hotel Bristol, l’istituto era stato organizzato come preventorio delle malattie polmonari per i bambini cremonesi. Quando, debellata la tubercolosi, fu soppresso il Consorzio contro la Tbc, l’immobile nel 1980 fu donato alla Provincia di Cremona, che tra il 2002 e il 2006 lo ha ristrutturato con un investimento di 5 milioni di euro. Poi è arrivata la crisi immobiliare. Il resto è cronaca recente.

L’ex istituto cremonese di Maderno ha origine dall’hotel Bristol. Verso la fine dell’800, sul Lungolago di Maderno nei pressi dell’ex campo ippico, sorse un grande fabbricato denominato “Villa Margherita”. Solo dal 1909 lo stesso fu adibito ad albergo, uno dei primi della zona, e fu chiamato Strand Hotel Bristol in quanto aveva innanzi a sé la spiaggia ed un pontile. Nel 1924 lo stabile fu notevolmente ampliato aggiungendo, sulla parte destra, un’ala che è leggermente più alta di tutto lo stabile. Questo complesso alberghiero, uno dei primi forniti di ascensore, era gestito da un certo Windhaber, probabilmente un cittadino inglese, che in estate gestiva a Grado il Grand Hotel Lido. Negli anni trenta quest’albergo ebbe un tracollo finanziario e andò in fallimento. Successivamente lo stabile fu acquistato dal Consorzio Provinciale Antitubercolare di Cremona che lo destinò al soggiorno dei figli dei contadini, affetti da tubercolosi, della stessa provincia, assistiti dalle Suore Domenicane che erano alloggiate nella vicina villetta. Quando, negli anni cinquanta, questa malattia fu debellata grazie ai nuovi farmaci, l’afflusso dei bambini diminuì fino a cessare completamente. Lo stabile nel periodo della Repubblica Sociale Italiana, dal 1943 al 1945, fu requisito ed adibito a “foresteria” dove trovarono alloggio le numerose personalità al seguito del nuovo governo di Mussolini che non poterono trovare posto altrove. Nel 1980 il Consorzio Antitubercolare, che oramai aveva smesso la sua attività, donò l’immobile all’Amministrazione Provinciale di Cremona vincolando la destinazione d’uso al soggiorno di giovani a scopo didattico e di studio e anche d’anziani. Ciò non è poi mai avvenuto, probabilmente a causa della decadenza del fabbricato che aveva la necessità di essere ristrutturato con enormi spese. Nel 1988 vi fu un tentativo dell’Amministrazione provinciale di Cremona di cedere a privati l’immobile ma, in seguito a contrasti interni e all’intervento di gruppi ecologici, intervenne la Prefettura di Cremona e la Pretura di Salò, e la pratica si bloccò fino al 1999 quando entrò in scena l’Istituto Ospedaliero di Sospiro, interessato all’operazione ed accettando le condizioni poste dalla proprietà. Nel rispetto delle finalità espresse al momento della donazione l’Istituto di Sospiro si è occupato della ristrutturazione dell’immobile (spesa prevista intorno a nove miliardi delle vecchie lire) e della riconversione per residenza di villeggiatura per anziani e disabili, riportando così la struttura alla sua originaria funzione sociale e garantendo speciali facilitazioni ai residenti della Provincia di Cremona. I lavori sono iniziati nel 2002 e terminati nel 2006. Alla fine del 2013 però lo stabile risultava già vuoto.

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Ago 04 2021

lezione da tokyo 04 08 2021

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Temevo Pirondini avesse altri impegni, da che non ho letto per alcuni giorni i suoi articoli su Blitz Quotidiano di Marco Benedetto…… Flaminio Cozzaglio.

Olimpiadi, lezione da Tokyo da Tamberi, Jacobs, Montano, Pellegrini e Vanessa Ferrari: mai arrendersi

di Enrico Pirondini
Pubblicato il 3 Agosto 2021 18:22

Olimpiadi. Lezione azzurra da Tokyo: mai arrendersi alle difficoltà. Diceva l’immenso Muhammad Ali: ”I campioni non si costruiscono in palestra. Si costruiscono dall’interno, partendo da qualcosa che hanno nel profondo. Un desiderio, un sogno, una visione. Devono avere resistenza fino all’ultimo minuto, devono essere un po’ più veloci, devono avere l’abilità e la volontà. Ma la volontà deve essere più forte della abilità“.

Chi si stanca di volere, vuole il nulla. La passione ed una buona dose di testardaggine portano lontano. Aiutano a realizzare un progetto. È la forza di volontà che vince su tutto.

Cinque azzurri alle Olimpiadi di Tokyo ce l’hanno insegnato in queste ore. Lo sport ha preso per mano un Paese smarrito, logorato dai guai, pilotato da troppi fuori posto e fuori di testa. Ma è un Paese che vuole ripartire, ridare fiducia e slancio alle proprie potenzialità. E lo sport indica la via da seguire.

La via che è emersa a Wembley, la strada tracciata da Berrettini a Wimbledon, i due ori di Tokyo in dodici minuti che concorrono a fare la storia del Paese. Con emozioni partite da una pista lontana e atterrate nel giubilo di una comunità che ne aveva bisogno. E “dei di’ che furono l’assalse il sovvenir”.

Sono riaffiorati i ricordi sconquassanti, indelebili. Immagini che ci hanno convogliato verso un futuro migliore: l’oro di Ondina Valle a Berlino davanti a Hitler. I lampi dorati di Berruti e Mennea. Il salto moscovita di Sara Simeoni. Bordin e Baldini sulle orme di Dorando Pietri. Una galleria di icone del sacrificio, della volontà, del coraggio; sognatori invincibili perché testardi. “Ma i coraggiosi son sempre testardi” ammonisce lo scrittore brasiliano Paulo Coelho. Tutto vero.

Ricordiamo i magnifici cinque delle Olimpiadi

Tamberi, Jacobs, Montano. E le eterne Federica Pellegrini e Vanessa Ferrari.

Le loro storie sono un copione da film. Storie che esaltano e insegnano la forza di volontà, come ha detto nella notte – stappando magnum di bollicine – il presidente del CONI Giovanni Malagò ebbro di contagiosa felicità . Gimbo Tamberi ha caparbiamente cercato la vittoria, costruita e attesa oltre 1.800 giorni. Cioè dal terribile infortunio di Montecarlo ( 2016 ).

Pazienza da record e tante lacrime. Jacobs porta sulle spalle una vita senza il padre texano, militare Usa. Mamma Viviana è rientrata in Italia, nel mantovano. Marcell ha frequentato asilo e le prime classi delle elementari al Collegio Vergini di Gesù di Castiglione. Dove lo zio Giancarlo (bronzo paraolimpico a Rio, nella cronometro di ciclismo) gli ha trasmesso i valori dello sport.

Olimpiadi. Lezione azzurra da Tokyo: mai arrendersi alle difficoltà. Diceva l’immenso Muhammad Ali: ”I campioni non si costruiscono in palestra. Si costruiscono dall’interno, partendo da qualcosa che hanno nel profondo. Un desiderio, un sogno, una visione. Devono avere resistenza fino all’ultimo minuto, devono essere un po’ più veloci, devono avere l’abilità e la volontà. Ma la volontà deve essere più forte della abilità“.

Il “nuovo Bolt “ ha risalito la china grazie ad un mental coach, Simonetta Romanazzi, che l’ha pilotato alla riconciliazione col padre. Di qui l’ascesa vertiginosa. Il resto l’hanno fatto Nicole, i tre figli, il talento. E ha ritrovato l’equilibrio vincente.

Aldo Montano voleva la sua quinta Olimpiade prima di ritirarsi nel cantiere navale di famiglia e ce l’ha fatta. A 42 anni.

Anche Federica Pellegrini voleva la sua quinta Olimpiade alla faccia di chi la riteneva solo bizzosa e “vecchiotta“. Ed è andata come sappiamo. Un trionfo.

Infine Vanessa Ferrari, ginnasta talentuosa e tosta. Pochi sanno che a causa del Covid si è allenata in garage. E a 30 anni ha coronato il sogno di una medaglia olimpica dopo i quarti posti di Londra e Pechino.

A Tokyo è arrivato uno storico argento, dietro l’americana Jade Carey. Ci mancava da 93 anni. Da Amsterdam 1928. L’ha aiutata il canto piacione di Bocelli. Il resto l’ha fatto lei con freddezza ed eleganza. È stata più forte degli infortuni, dei mille guai sofferti, degli anni che passano, delle giovani che sgomitano. Sì , chi la dura la vince.

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Ago 04 2021

catturare stefano mauri 04 08 2021

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CATTURARE STEFANO MAURI

di Sussurrandom è semplice, basta convincerlo con buona tavola&bottiglie!

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—Grandioso a Montodine, il Borgo più Rock del Granducato del Tortello: Habemus la coltivazione di Zafferano, grazie alla famiglia Riseri, agricoltori e agriristoratori coi fiocchi. Ah … Come si mangia bene all’agriturismo La Sorgente di Montodine

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Ago 04 2021

stavolta in piccolo 04 08 2021

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STAVOLTA IN PICCOLO

e al centro della prima pagina, la Provincia fin che c’è:

-Bonaldi apre Futuro da scrivere-

Come sempre…….

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Ago 04 2021

il sesso in chiaro 04 08 2021

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IL SESSO IN CHIARO Prima della Merlin il connubio era tra uomo e donna, spiega preciso Renato Crotti, giornalista e comunicatore di vaglia…… Francoforte 04 08 2021 www.flaminiocozzaglio.info flcozzaglio@gmail.com

—LE CASE DI TOLLERANZA A CREMA E DINTORNI: DOVE SORGEVANO, CHI LE GESTIVA E COSA ACCADDE DOPO LA LEGGE MERLIN SULLE “CASE CHIUSE”

Il 20 settembre 1958, in esecuzione a quanto previsto dalla nuova legge Merlin, dal nome della parlamentare che ne fu la convinta promotrice, le forze dell’ordine iniziarono l’effettiva chiusura delle “case di tolleranza” o “bordelli”. La presenza di questi postriboli in Lombardia era notevole. La provincia di Cremona non fu da meno.

A Crema, il quartiere “a luci rosse” era Borgo san Pietro. Alcune informazioni toponomastiche, soprattutto dei secoli passati, forniscono informazioni interessanti sulle attività che si svolgevano nel borgo e sulle istituzioni presenti, utili a comprendere perché si concentrarono in questa area le “case chiuse”.

Via Borgo San Pietro era la via principale. In un manifesto del 1797 è indicata come Contrada San Pietro e dal 1802 viene identificata col nome attuale. Tra le altre vie che componevano e compongono oggi il Borgo, via Castello, che si trova in posizione elevata lungo gli spalti delle Mura venete ed era nota anticamente come Baluardi San Pietro e anche Strada delle ghiacciaie e dei molini per via delle infrastrutture che sorgevano lungo la roggia Fontana. È parallela a via Luigi Griffini, un tempo denominata Strada rimpetto ai molini verso il castello (1736) o più semplicemente Strada ai molini, sempre con riferimento agli impianti molitori che sorgevano lungo la roggia Fontana. L’attuale denominazione risale a una delibera podestarile del 1931. Seguendo il percorso della roggia Crema (interrata nel 1946), si giunge a via Ponte della Crema e via San Bernardo. Il nome di quest’ultima via è la traccia toponomastica dell’esistenza dell’omonimo convento. L’abbazia dava il nome anche alla piazzetta di San Bernardo, venduta a un privato nel 1875.

All’altro capo del borgo troviamo via Santa Chiara, che prende il nome dall’omonima chiesa, che era già identificata come Contrada Santa Chiara nel 1585. Venne chiamata in seguito anche con i nomi di Contrada di Porta Pianengo o Corso di Porta Stoppa nel corso del XIX secolo. Dal 1871 al 1959 era considerata semplicemente come la continuazione di via Cavour. Da ultime, via Venezia, indicata così da secoli: nello stato d’anime del 1585, infatti, era la Contrada Venezia e via della Ruota, denominazione che ricorda l’esistenza dell’Ospedale degli Esposti e l’adiacente chiesa di Santa Maria Stella con, appunto, la ruota dove venivano abbandonati i neonati dalle famiglie che non potevano provvedere al loro sostentamento.

Questo excursus storico è fondamentale per comprendere la natura della zona, dove convivevano, quasi dividendo il quartiere in due parti, sacro e profano. Inoltre, sorgendo Borgo san Pietro prima fuori la cinta muraria della città e, solo in seguito, all’interno estremo della cinta stessa, era altresì il luogo di ritrovi, arrivo di viandanti, passaggio di viaggiatori, sede di ostelli e osterie.

Venendo alla prima metà del Novecento, Borgo San Pietro era il quartiere con la più alta concentrazione di “case di tolleranza”.

Una casa di piacere era sita in vicolo Sala, considerata dalla classificazione come appartenente alla “terza categoria”. Era condotta dalla signora Fidelma. Come per gli alberghi, a contare erano le “stelle” attribuite al postribolo: si andava dalle pregiatissime case chiuse a “quattro stelle”, al servizio low cost di due. E più scendeva la categoria, maggiore era la stazza fisica e l’età delle “signorine”.

La regolamentazione del sesso a pagamento in Italia è durata parecchi decenni. Cavour nel 1859 autorizzò l’apertura di case controllate dallo Stato per l’esercizio della prostituzione in Lombardia. L’anno successivo il decreto diventò legge.

Nacquero le “case di tolleranza” (perché tollerate dallo Stato) di tre categorie: prima, seconda e terza.

Furono fissate le tariffe, la necessità di una licenza per aprire una casa, le tasse da pagare e istituiti controlli medici sulle prostitute per contenere le malattie veneree. Nel 1888, secondo la legge Crispi, all’interno delle case di tolleranza era vietato vendere cibo e bevande, fare feste, balli e canti. Non si potevano aprire case di tolleranza in prossimità di luoghi di culto, asili e scuole. Le persiane dovevano restare chiuse (da qui il nome “case chiuse”).

In una bella intervista realizzata nel 1999 dal collega cremasco Piergiorgio Ruggeri allo storico vigile urbano di Crema, Enzo Conturba, emerge vivido il ricordo di quegli anni e dei doveri di vigilanza imposti dalla legge e che lo zelante vigile faceva rispettare. “Ogni mattina con il medico, dottor Urbano, che abitava nei pressi del comune, si andava a fare il giro di controllo delle case di tolleranza, così come disponeva la legge. Alle 5 del mattino si iniziava da vicolo Sala. Il medico eseguiva visite e prelievi e poi faceva sapere se la persona visitata poteva “lavorare” o doveva sospendere per qualche tempo”.

Nel ventennio fascista, gli agenti, messi dal partito a vigiliare, avevano il compito di verificare l’età degli avventori, che per legge dovevano avere almeno 18 anni. Nello scantinato si trovavano la cucina, la lavanderia e la sala da pranzo. Ai piani superiori invece c’erano le camere da letto e la sala d’aspetto, con affisse alle pareti le regole di prevenzione sanitaria, i regolamenti e le cartoline sexy per accendere le fantasie dei clienti.

Le stanze “da lavoro” avevano un letto, un lavandino, un bidet e un armadietto in cui si custodivano profilattici e creme per la profilassi. A portata di mano c’era spesso anche il dentifricio, il borotalco e un sapone di lisoformio. Il riscaldamento era a legna: in ogni camera c’era una stufa che riscaldava anche una pentola piena d’acqua per umidificare l’ambiente.

Un secondo bordello sorgeva in via Ponte della Crema. Quest’ultima era maggiormente di lusso, con ragazze giovani e attraenti. Chi entrava in queste case chiuse, raccontate nel Dopoguerra anche dalla penna di Piero Chiara e dalla cinepresa di Federico Fellini, si trovava in una grande stanza da cui si accedeva allo studiolo della direttrice o al locale della polizia.

Terminato il controllo in vicolo sala, si passava in via Ponte della Crema, casa di seconda categoria condotta dalla signora Pina” ricorda il vigile Conturba, “Stesse operazioni anche lì. Il dottore preparava un vetrino che consegnava all’ufficio di igiene per controllare lo stato di salute delle ragazze e poi faceva loro sapere il responso”.

Anche per le case chiuse c’erano i momenti, i periodi o le occasioni che portavano un maggior numero di clienti. Le case di tolleranza lavoravano di più quando c’erano i mercati e arrivavano a Crema gli agricoltori che abitavano nei paesi. C’era il mercato della paglia e del fieno in piazzale Rimembranze e quello dell’ortofrutta. Prima del mercato non pochi passavano dalle due case per una visita”.

Ogni due settimane c’era la “quindicina”. Il bordello accoglieva nuove fanciulle che arrivavano in città su camioncini scoperti, sfilando per avvertire gli abitanti della nuove reclute della casa. Nei bordelli andavano uomini di tutti i tipi: gerarchi, ufficiali, mariti, ragazzini alle prime esperienze e curiosi dal braccio corto, i cosiddetti “flanellisti” che bighellonavano per lustrarsi la vista, senza mai investire un soldo. “Su, su giovinotti… o commercio, o libera la sala”, ripeteva spesso la maîtresse per tenere il ritmo dei guadagni.

A Cremona erano ben sette le case dove esercitavano le prostitute. Lo ricorda il collega cremonese Fabrizio Loffi, autore di un dettagliato articolo sul tema. “Nelle case chiuse di Cremona erano presenti una settantina di prostituite distribuite in sette case di tolleranza. Le case chiuse cremonesi erano in via Bardellona, in via De Stauris, in via dei Dossi, in via Cavitelli, in via Fogarole e in via Castore Polluce. I peggiori lupanari si trovavano in via Bardellona, all’angolo con via Aselli, e in via Vacchina, una laterale di via Bissolati. Il “Vacchina” era uno dei noti casini che esistevano nella zona di porta Po, l’altro era in vicolo Dei Dossi. Il “Vacchina” era diretto dalla signora Maria, una corpulenta matrona sulla cinquantina dalle labbra rosso corallo. Anche l’altro bordello di via Dei Dossi era abbastanza declassato”.

Non mancava all’appello nemmeno Casalmaggiore, dove una casa di piacere era attiva in via Centauro.

Enzo Conturba terminava l’intervista ricordando la notte del 19 settembre 1958 “Andai insieme ad altri a chiudere per sempre le case di tolleranza. Allora ero un giovane vigile urbano ventenne, da poco assunto. Ricordo che ricevemmo l’ordine dal Ministero. A mezzanotte avremmo dovuto andare a ritirare le chiavi. Nelle case chiuse di Crema venimmo accolti dalle tenutarie che ci consegnarono le chiavi e se ne andarono senza battere ciglio. Era finita un’epoca”.

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Ago 04 2021

il compost 04 08 2021

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ORTO, COME PREPARARE IL COMPOST

Compostaggio domestico: trasformare i rifiuti oganici in concime. Ecco qualche consiglio del nostro tutor del verde

Fra i consigli per ridurre gli sprechi alimentari, spesso c’è quello di riutilizzare i rifiuti trasformandoli in concime attraverso le tecniche di compostaggio. Una pratica che, consentendo il riciclo degli scarti, produce effetti positivi anche in termini ambientali e di riduzione dell’inquinamento.
Per compostaggio domestico si intende quindi il processo di degradazione di materiale organico in seguito all’intervento di microrganismi che, utilizzandolo come nutrimento, lo trasformano poi in materiale inorganico o humus.
Attraverso una serie di piccoli accorgimenti è quindi possibile disfarsi dei rifiuti alimentari, ricavandone del concime da poter riutilizzare per la coltivazione di piante e fiori.
Prima di cominciare e mettere in atto tutte le procedure necessarie per realizzare un corretto compostaggio, è opportuno informarsi sulla tipologia di materiali da utilizzare.
Ecco una lista di tutti i materiali da compostaggio:

• scarti di frutta e verdura
• fiori recisi e resti di piante
• pane e gusci d’uova
• fondi di caffè e filtri del thè
• foglie e paglia
• segatura
• rami e scarti di falegnameria
• carte e cartone con assenza di vernici
• piccole quantità di bucce di agrumi
• piccole quantità di cenere
• qualche avanzo di carne, pesce, salumi e formaggi
• lettiere di cani e gatti
• tracce di piante resistenti alla degradazione (es. aghi di pino)

È invece assolutamente vietato l’utilizzo di materiali plastificati, carta oleata per alimenti, riviste patinate o con stampe a colori, tessuti, filtri di aspirapolvere e scarti di falegnameria trattati chimicamente.

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