Archive for the 'spettacoli' Category

dic 11 2017

santa lucia per i grandi 11 12 2017

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SANTA LUCIA PER I GRANDI
Mercoledì 13 dicembre, alle 17 30, concerto nel salone del Filo; l’ingresso è gratuito; musiche di Bellini, Verdi, Puccini, Dvorak, Boito, Gounod, Donizetti.

Cremona 11 12 2017 www.flaminiocozzaglio.info flcozzaglio@gmail.com

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nov 24 2017

e parte anche il Filo! 24 11 2017

E PARTE ANCHE IL FILO!
Lunedì 27 novembre, dalle 21 in poi, celebri colonne sonore del bel tempo che fu: Zorba il greco, Tema di Lara; indigestione da Nino Rota per Federico Fellini: La strada, Amarcord, La dolce vita. Non voglio togliere tutta la sorpresa, ma che nessun cremonese dica: per lo spettacolo rivolgersi a CremonaPo.
Teatro Filodrammatici, piazza Filodrammatici, in pieno centro, 210 anni di vita che pulsano; ingresso, contributo di 10 dieci euro per ricerche mediche.

Cremona 24 11 2017 www.flaminiocozzaglio.info flcozzaglio@gmail.com

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ott 23 2017

in memoria 23 10 2017

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IN MEMORIA
del maestro Dmitry Kogan, violinista, venerdì 27 ottobre, alle 18, serata in musica al Filo, piazza Filodrammatici.

Cremona 23 10 2017 www.flaminiocozzaglio.info flcozzaglio@gmail.com

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ott 10 2017

al filo 10 10 2017

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AL FILO, PER SCONFIGGERE IL VUOTO DEL CENTRO
Al Filo si rimboccano le maniche; film da giovedì 12 a domenica 15; biglietto unico 4 euro, mercoledì 18 Blow-Up di Michelangelo Antonioni.

Cremona 10 10 2017 www.flaminiocozzaglio.info flcozzaglio@gmail.com

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ott 03 2017

l’incredibile vita di norman 03 10 2017

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L’INCREDIBILE VITA DI NORMAN —AL FILO, piazza Filodrammatici, Cr
Regia di Joseph Cedar.
Un film con Richard Gere, Lior Ashkenazi, Michael Sheen, Steve Buscemi, Charlotte Gainsbourg.
Genere Drammatico – USA, Israele, 2016, durata 117 minuti.

New York. Norman Oppenheimer si qualifica come uomo d’affari. La sua vita consiste nel cercare di soddisfare le necessità altrui sperando di ricevere in contraccambio rispetto e ammirazione. Un giorno riesce ad avvicinare un uomo politico israeliano e a comprargli un costoso paio di scarpe. Quando diverrà il premier del suo Paese Norman potrà ricevere quella considerazione che ha sempre desiderato. Ma per quanto?…
SPETTACOLI
GIO 5 OTT – ORE 21.00
VEN 6 OTT – ORE 21.00
SAB 7 OTT – ORE 18.30 / 21.00
DOM 8 OTT – ORE 16.00 / 18.30 / 21.00
LUN 9 OTT – ORE 21.00

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set 26 2017

tutto finisce 26 09 2017

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TUTTO FINISCE
Anche gli spettacoli del Filo, piazza Filodrammatici, Cremona; stasera, alle 21, chiude il Festival Ponchielli, violino e pianoforte. Come tante altre volte, non si paga, né per entrare, né per uscire!

Cremona 26 09 2017 www.flaminiocozzaglio.info flcozzaglio@gmail.com

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set 23 2017

filo sempre all’opera 23 09 2017

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FILO SEMPRE ALL’OPERA
Teatro Filodrammatici, piazza Filodrammatici, a fianco dei Giardini pubblici:
Martedì 26 settembre, ore 21, omaggio a Ponchielli!

Cremona 23 09 2017 www.flaminiocozzaglio.info flcozzaglio@gmail.com

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set 22 2017

corso di teatro 22 09 2017

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CORSO DI TEATRO
Non necessariamente per chi vuole tentare nella professione: saper recitare anche nella vita quotidiana è una bell’arma. Comunque Alessia Vicardi, l’insegnante, non sta a chiedere il motivo, insegna e basta, dagli adolescenti agli adulti; i corsi iniziano il 5 ottobre; per informazioni www.teatrodanza.org 329 7922847 0372 027044

Cremona 22 09 2017 www.flaminiocozzaglio.info flcozzaglio@gmail.com

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set 22 2017

studio mascarini 22 09 2017

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STUDIO MASCARINI – MOSTRA DEL 28 SETTEMBRE ORE 17 – DUE
Giuseppe Rivaroli 2017
a cura di Sebastiano Mascarini e Marco Tanzi
Marco Tanzi / A volte ritornano
Quest’anno abbiamo voluto esagerare, ci siamo lasciati prendere tutti un po’ la mano: due mostre in una, fatte con le stesse modalità e con l’allestimento di Michele sempre più protagonista, come un’altra mostra (un’altra ancora?) nelle due mostre. E un catalogo che potremmo quasi dire palindromo. Insomma, un gioco di specchi che non finisce più.
Roma 1928. Strano destino per due cremonesi che stanno a due passi l’uno dall’altro, in via Margutta, e sono entrambi artisti: nello stesso anno c’è, da una parte, la caduta rovinosa di Alceo Dossena (1878-1937), scultore e falsario, il processo – difensore Farinacci – e lo scandalo internazionale delle sue opere vendute per buone agli americani, e dall’altra la consacrazione definitiva di Giuseppe Rivaroli (1885-1943), pittore, con una commissione di altissimo prestigio, la decorazione dello scalone d’onore del Ministero della Marina a Lungotevere Arnaldo da Brescia. Curioso incrocio del destino, coincidenze di vita, con mogli lasciate a Cremona e trovate a Roma e/o viceversa, figli compresi, un po’ di qua un po’ di là: un film che non potrebbe che avere come protagonista – nella parte di Dossena, ovviamente – il genio grottesco di Ugo Tognazzi. L’Alceo, come familiarmente lo chiama la sua biografa, era nel pieno della fama e sfornava capolavori da piazzare ai gonzi: le foto dell’epoca ce lo mostrano con una faccia rubizza in un atelier zeppo di sculture fin troppo belle che, come sempre i falsi, esibiscono la presunzione dell’autore. «Carattere scherzoso e bizzarro», certo; «vittima degli antiquari», naturalmente…quanti ne abbiamo visti così, in ambiti magari diversi, attraversarci la strada a Cremona, poi avere successi e tracolli, tutti sempre sopra le righe, con capriole e salti mortali, tra le onde della vita. Un circo. Ma la città perdona sempre e a volte non si ferma lì, non riesce proprio a tenersi, sfiora vertici sublimi di ridicolo e dal fango solleva all’altare, crea santini: ce n’è sempre bisogno, non si sa mai…
Non so se Rivaroli, che a Roma c’era arrivato nel 1908 e nelle foto giovanili ha una bella faccia da «’mpunito», ha poi mantenuto rapporti con la sua città o se n’è tenuto saggiamente alla larga. Lui è il pittore cremonese più noto del Novecento, non dico il più bravo: senza dubbio il più famoso sul palcoscenico nazionale. E infatti è l’unico che appare oggi con una certa regolarità nelle aste, anche quelle che contano. Hai voglia a dire Argentieri, Vittori, Rizzi, Gallelli; non parliamo di Biazzi e Botti, dei più giovani Piroli e Signori o del grande Cirillo Bertazzoli; nessuno riesce a sfiorare la fama di Rivaroli, o a ottenere le commissioni prestigiose che gli affida il Regime. E i soldi: sai che invidia sotto il Torrazzo!
Intanto, però, dal 2007 a oggi, dopo lunghissimo oblio e quasi per riparare a un senso di colpa, questa è la quarta rassegna che Cremona dedica – dea ex machina delle precedenti è Donatella Migliore, alla quale si rimanda per le scarne notizie biografiche – a questo suo figliol prodigo: altro che vitello grasso.
Due considerazioni. Rivaroli a Roma azzecca il giro giusto e piovono ricche commesse in ministeri e palazzi patrizi, che lo impongono all’attenzione, così fa mostre su mostre, da Roma a Palermo, da Bolzano a Sassari; illustra riviste, restaura, è ricercatissimo: nobili, diplomatici, grand commis di stato fanno a gara per procurarsi le sue opere, dal principe Giovanni Torlonia (il suo grande ritratto, nella villa di via Nomentana che aveva affittato a Mussolini per una lira, è tutti i giorni sotto gli occhi del Duce) all’ambasciatore di Sua Maestà britannica. Tra Simbolismo, Liberty e dipinti «new-Fortuny», Rivaroli ha uno stile che incontra un enorme successo, per una clientela vastissima che soddisfa con una produzione torrenziale. Ma forse la sua vera fortuna è che imbrocca il momento di massimo consenso del Fascismo, quando ci sono i mezzi per le «grandi opere»: così partono importanti cantieri che bisogna decorare, e a lui toccano il Ministero della Marina e l’Istituto Internazionale dell’Agricoltura. E tante mostre, in quegli anni, anche di esportazione. Nella Primera Esposición Italiana de Pintura Moderna a Santiago del Cile, nell’autunno del 1927, c’è anche lui in mezzo ai protagonisti del panorama tra fine Ottocento e primo Novecento: Rivaroli «es un pintor moderno, pero al mismo tiempo, es un artista antiquo». Tutti a lodarne la prodigiosa abilità cromatica, il colorismo sfrenato.
Proprio per questo abbiamo voluto tentare un’ennesima piccola sfida, proponendo un’esposizione di disegni, in cui questo decantato pittoricismo bisogna saperlo immaginare. Il corpus grafico viene da una cartella ritrovata, ancora una volta, dall’olfatto finissimo dei Mascarini: schizzi rapidi e foglietti solo un poco più articolati, studi preparatori in cui immaginare l’elaborazione successiva delle imprese principali; animali, paesaggi, viluppi vorticosi di corpi, particolari ravvicinati, figure che si stagliano più nette. C’è una vena facile, copiosissima, ma anche una disciplina ferrea della pratica del disegno: studi su studi; le intavolazioni, a volte davvero complesse, dei grandi dipinti sono come sotto un microscopio e ripetute più volte in ogni piccolo dettaglio; niente è lasciato al caso, come nelle botteghe dei pittori antichi. Non solo colore, dunque, per Rivaroli, ma un’attitudine disegnativa per molti aspetti strabiliante e una tecnica grafica naturalmente predisposta al colore, che lo suggerisce, lo chiama, lo esige.

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set 21 2017

studio mascarini 21 09 2017

STUDIO MASCARINI – MOSTRA DEL 28 SETTEMBRE ORE 17
Mario Biazzi 2017
a cura di Sebastiano Mascarini e Marco Tanzi
Marco Tanzi / A volte ritornano
Quest’anno abbiamo voluto esagerare, ci siamo lasciati prendere tutti un po’ la mano: due mostre in una, fatte con le stesse modalità e con l’allestimento di Michele sempre più protagonista, come un’altra mostra (un’altra ancora?) nelle due mostre. E un catalogo che potremmo quasi dire palindromo. Insomma, un gioco di specchi che non finisce più.
Si torna sempre a Biazzi, e, come sempre, con i Mascarini: questa volta grazie a un album di disegni ritrovato grazie alla loro pazienza e alla capacità di saper cercare. Ormai è assodato, l’ho già detto in un’altra occasione: i miei incontri con Biazzi sono tutti legati a iniziative condotte insieme ai Mascarini – prima con Romano, ora con Paolo, Michele e Sebastiano –, nelle quali auspicavo una mostra monografica di ampio respiro, promossa dall’amministrazione civica, che purtroppo è ancora, e resterà chissà per quanto tempo, in mente Dei.
Su Biazzi la testimonianza più autentica e partecipe è quella scritta da Fabrizio Merisi nel 2003 sui disegni dall’ospizio; pagine venate da intensità di vita e di sentimento urgenza appassionata che tuttavia non prevale sulla volontà di fornire sicure coordinate stilistiche e culturali. Fin da ragazzo mi ha sempre molto stupito il fatto che i pittori veri adorassero Biazzi e gli intellettuali no [certo, era compromesso con il fascismo: ma era il solo?]; così mi commuove il ricordo di Merisi e De Cicco ventenni che prendono come un impegno inderogabile l’andare a trovarlo «al Sòch»; il rispetto nei confronti del carisma, la cura nei riguardi della fragilità dell’uomo, nel quale avvertono ancora prepotente il demone inquieto e allucinato dell’Artista, come un vecchio leone in gabbia in pieno disfacimento fisico, impotente e demente, prossimo alla morte.
E la sequenza di nomi che fanno capire come «tendenze psichiche profonde emergono in epoche diverse come costanti poetiche dell’arte, per cui anche tra artisti isolati da spazio e tempo si possono riscontrare forti analogie e comuni contenuti poetici. Tra Biazzi e Viani, per esempio, e Vaglieri, Vangi, o Goya, Bacon, Barlach, o Käthe Kollowitz». Tutte fratellanze appropriate, ma confesso di essere stato impressionato dalle analogie tra Bacon e Biazzi: ispirazione, disagio, ossessioni, qualità, si parva licet, nell’espressione. Le allucinazioni di Biazzi non sono soltanto quelle cui dà libero sfogo, senza alcun vincolo di freni inibitori, ormai definitivamente partiti, negli incredibili disegni terminali dall’ospizio: la sua è una vita segnata da fantasmi e manie. Percorsa da un’umanità dolente, affetta da malformazioni congenite accentuate dalla propria ossessione; affiancata da una borghesia provinciale tapina, che lo disprezza ma vuole essere ritratta da lui. Ma il Biazzi che emerge dalle pagine di Merisi è per me una sorpresa anche commovente, abituato com’ero, da sempre, a un’immagine sordida, sopra [e sotto] le righe; soprattutto per la pietas nell’approccio all’uomo Biazzi, da parte del ragazzo che intraprende i primi passi nella pittura e nella vita, che va al di là della figura carismatica e, quante mai altre controversa, dell’artista. Riprendendo Merisi: «una ricerca filologica approfondita […] delle sue relazioni e vicende di vita (di cui esistono pochissime tracce dirette e scritte) sarebbe di grande importanza. Come anche una verifica attenta del curriculum professionale […]. C’è il bisogno insomma di vagliare criticamente un’aneddotica spesso volta a costruire forzosamente l’immagine di un Biazzi cosmopolita, quasi a volerlo nobilitare e levare dalla asfissia provinciale. Ma il fatto è che Biazzi, il Biazzi uomo e l’opera sua, non sono affatto provinciali».
Credo che anche questa mostra potrà essere di rinnovato stimolo per altre letture nel percorso di Biazzi. I disegni hanno come sempre dello straordinario: non solo le famiglie di disperati, le dolorosissime tavolate, i gruppi di bambini tristissimi, ma sono gli studi rapidi di figure singole a impressionare, tra malformazioni e l’ossessione di tutta la vita, il «piede equino»; tra membra arquate e volti dolenti, dai tratti appena accennati, tra nudi disfatti e zombie corpulenti. Ribadisco che andrà meglio indagato il rapporto, che appare a volte simbiotico, tra Mario Biazzi e il grande fotografo Ernesto Fazioli: un sodalizio che va oltre gli scatti di Fazioli delle opere del pittore o i ritratti che Biazzi dedica all’amico. I personaggi che impressionano le lastre di Fazioli o sono immortalati nelle tele di Biazzi sono spesso gli stessi, e ciò non vale solo per il ras del fascismo cremonese, Roberto Farinacci, che ricorre spesso ai servizi di entrambi, ma anche per numerosi ritratti, soprattutto femminili, che effigiano le medesime persone. Così è impressionante la trasformazione dei gruppi di bambini allegri e giocosi delle varie colonie cremonesi nell’infanzia deforme, malsana e disgraziata di Biazzi; mentre gli operai, i lavoratori del fiume e le massaie rurali che attendono «con italico vigore» alle loro opere diventano l’umanità macilenta dei grandi disegni a gesso nero. Ma si riesce anche a capire che Biazzi lavora sulle foto di Fazioli: deve possederne delle stampe, magari quelle di scarto, perché utilizza e rielabora pose e personaggi che, a mio avviso, non potrebbe cogliere dal vivo, se non in rarissime circostanze [non me lo vedo Biazzi a disegnare bimbi in giro per le colonie: non glielo avrebbero permesso; magari qualche facchino o muratore; ma, anche in considerazione dei suoi problemi fisici, mi sembra più facile che abbia lavorato su materiale fotografico piuttosto che en plein air].

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