Archive for the 'Giudici' Category

mag 23 2018

la legge del più forte-ottocentottantacinque 23 05 2018

LA LEGGE DEL PIU’ FORTE – OTTOCENTOTTANTACINQUE Piero Sansonetti, direttore del Dubbio: “la macchina perfetta sognata da Davigo, capace di far coincidere sospetto e colpevolezza, di azzerare i pastrocchi della difesa, e capace di aumentare di cento volte sia il numero dei colpevoli sia gli anni di galera” Capace di far coincidere sospetto e colpevolezza: i processi Iori in mezza riga! —Mi è tornato in mente Almirante leggendo l’editoriale di ieri di Marco Travaglio sul “Fatto”. La retorica da “guerriero per la giustizia” riprende molti dei temi del vecchio leader del Msi. Non la pena di morte, che ormai è un’idea che in Europa non ha più cittadinanza, però le parole d’ordine sono simili, ed espresse senza diplomazia. Non mi riferisco tanto alla prima parte dell’articolo, nel quale Travaglio invoca espulsioni per gli irregolari e sposa la tradizionale cultura leghista, che non è una novità (però è una novità per Travaglio). Ma alla parte finale del suo editoriale, nel quale illustra lucidamente la linea politica che lui vorrebbe imporre al nuovo governo. Scrive: « Per la prima volta l’agenda del governo si ribalta, nelle priorità e nel linguaggio. Il contratto gialloverde… non ha paura di parlare di più carcere e più carceri, meno prescrizioni, pene più severe e più certe… più mezzi a chi i reati li deve scoprire e punire, meno garanzie per chi commette i reati e più garanzie per chi li denuncia e li subisce. I puristi… del sesso degli angeli e del giudiziariamente corretto storcono il naso con argomenti triti e ritriti… Dei loro slogan i cittadini si infischiano: se vedranno qualche delinquente a spasso in meno, qualche irregolare espulso in più… saranno felici e grati al governo ( e noi con loro)». L’articolo si conclude con questo pensiero ( che vuole essere anche una indicazione per la maggioranza “penta- leghista”): « Se non riusciranno, per i vincoli di bilancio, a fare le riforme costose… potranno essere perdonati. Ma se non manterranno gli impegni…. come quelli sulla giustizia, non avranno scuse. E saranno puniti ». Traduciamo questo ragionamento. Dice Travaglio, rivolgendosi al partito che ha sempre sostenuto, e cioè i 5 Stelle, e al nuovo partito amico, cioè la Lega: lasciate perdere Fornero, reddito di cittadinanza e flat tax, che sono impossibili perché troppo costosi, e concentratevi sulla realizzazione di una autentica stretta autoritaria che trasformi la macchina giudiziaria in quello che deve essere: la macchina perfetta sognata da Davigo, capace di far coincidere sospetto e colpevolezza, di azzerare i pastrocchi della difesa, e capace di aumentare di cento volte sia il numero dei colpevoli sia gli anni di galera. Chiaro che resta la speranza che i due partiti ai quali Travaglio si rivolge non lo ascoltino e taglino i ponti con lui, cercando di indirizzare il nuovo governo gialloverde verso un percorso di legalità democratica. Però è chiaro che il linguaggio e le aspirazioni che Travaglio esprime ormai sono sdoganate, e rappresentano il punto di vista di settori molto ampi della società. L’almirantismo è meno sofisticato di quello di Almirante, ma più vasto, più popolare.

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mag 23 2018

nel blu dipinto di blu 23 05 2018

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NEL BLU DIPINTO DI BLU Ce l’hanno fatta: la bimba ha ottenuto l’autorizzazione a mantenere il nome scelto dai genitori: Blu. Non andava bene il secondo nome proposto, il padre è di origini somale: Shamsa, perché in Italia è poco diffuso e non permette di distinguere se bimbo o bimba, perché la legge stabilisce “interesse pubblico che il nome, insieme al cognome, contribuisca a identificare immediatamente ciascuno all’interno dei rapporti sociali, a scuola per esempio, o nel lavoro, senza equivoci o confusioni. Non solo: la legge italiana vieta i nomi imbarazzanti, tutela il cittadino neonato da inconvenienti che possano pesare come macigni sulla sua vita”. La legge ritiene che il nome imbarazzante possa pesare come un macigno, due padri o due madri invece no. Dall’Avvenire: —-Si chiama Blu. E così continuerà a chiamarsi: la Procura di Milano ha rinunciato a chiedere la rettifica del nome scelto dai genitori per la loro bimba nata cinque mesi fa. Anche se quel nome – Blu – è in contrasto con la legge dello Stato, il Dpr 369/2000 che all’articolo 35 prevede che «il nome imposto al bambino deve corrispondere al sesso». In virtù di questa regola almeno due coppie di genitori sono state convocate dalla Procura della Repubblica per rettificare l’atto di nascita, anteponendo «altro nome onomastico femminile che potrà essere indicato dai genitori nel corso del giudizio». Ieri, però, il pm Luisa Baima Bollone ha rinunciato al ricorso e il giudice Maria Rita Cordova ha convalidato il nome. La decisione è stata presa al termine di un’udienza durata pochi minuti alla quale erano presenti i genitori Libaan Bosir Sek Mohamed, un ingegnere veronese di 36 anni, di origini somale, e Rosamaria Castiglione Angelucci, trentottenne, esperta di relazioni pubbliche. A poche settimane dalla nascita della bimba, l’anagrafe di Milano ha convocato la coppia, segnalando che il nome della piccola non era «sufficientemente identificativo del genere femminile». Si rendeva necessario – per rispettare la legge – aggiungerne un secondo, inconfondibile. I genitori furono disponibili, e suggerirono Shamsa: ma anche questo nome arabo, secondo gli ufficiali dell’anagrafe, è troppo poco diffuso in Italia e non permetterebbe di capire immediatamente che chi lo porta è una bambina. A quel punto la prassi vuole che una segnalazione sia inviata al Tribunale con successivo intervento – anch’esso voluto dalla legge, trattandosi di un caso che coinvolge un minore – della Procura. Stesso iter – e probabilmente stessa conclusione della vicenda – anche per un altra coppia che dovrà presentarsi giovedì davanti al pubblico ministero, al Palazzo di Giustizia di Milano: la loro bambina ha un anno e mezzo e anche lei si chiama Blu. «Quando ci siamo presentati all’anagrafe per la registrazione – racconta il padre, Luca – i funzionari ci hanno messo in guardia, avvisandoci della possibilità che venissimo convocati per la rettifica. Rischia di essere il giudice a decidere quale nome dovrà portare nostra figlia se non ne indicheremo uno noi». Visto il precedente odierno, però, è difficile che succeda. Sembra ci siano altri casi aperti oltre a questi due: del resto, il “conta nome” dell’Istat segnala in crescita il numero delle bambine che si chiamano Blu (ma esiste anche qualche maschietto). E a Milano sono state già registrate due Verde, femmine. Secondo la legge, è interesse pubblico che il nome, insieme al cognome, contribuisca a identificare immediatamente ciascuno all’interno dei rapporti sociali, a scuola per esempio, o nel lavoro, senza equivoci o confusioni. Non solo: la legge italiana vieta i nomi imbarazzanti, tutela il cittadino neonato da inconvenienti che possano pesare come macigni sulla sua vita. Ha fatto scuola il caso segnalato al tribunale da un funzionario del Comune di Genova nel 2006: una coppia chiedeva di chiamare il figlio Venerdì. Il caso arrivò fino alla Corte d’Appello che considerò quel nome inaccettabile, «dal carattere ridicolo – si leggeva nella sentenza – che ben si presta all’ironia e allo scherno, in grado di arrecare grave danno alla persona che lo porta». I giudici motivarono anche la decisione spiegando che non solo Venerdì è il nome dello schiavo ignorante e selvaggio arruolato come servitore da Robinson Crusoe ma per i fedeli il giorno della penitenza, dedicato al digiuno, e per i superstiziosi evoca la sfortuna. Non proprio il nome migliore da portarsi appresso tutta la vita.

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mag 23 2018

oggi a iori, domani a te 23 05 2018

OGGI A IORI, DOMANI A TE
In Italia i carcerati sono 60mila, uno ogni mille abitanti: è per questo che gli altri 999 non ci badano, convinti che a loro non toccherà mai. Ho concluso il libretto sul caso Iori, all’ergastolo definitivo con dimostrazioni alla sfera di cristallo et similia, per un omicidio impossibile da commettere a chiunque, con le cause di morte accertate; per un fine: raccontare come sia facile a qualsiasi dei 999 diventare l’uno.
Chi volesse, gratis, il libretto via mail, una settantina di cartelle, mi dia il suo indirizzo; i miei sono flcozzaglio@gmail.com cozzaglio.flaminio@alice.it
339 3599879 0372 431727 ———————————————
Border Nights-You Tube, una piccola emittente toscana, facilmente rintracciabile su internet, riporta la mia intervista del 21 ottobre 2016 sul caso Iori; qualche difetto, all’inizio manca l’audio (!), a volte le voci non sono perfette, ma credo d’esser riuscito a condensare bene ciò che scrivo da anni.

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mag 22 2018

la legge del più forte-ottocentottantaquattro 22 05 2018

LA LEGGE DEL PIU’ FORTE – OTTOCENTOTTANTAQUATTRO Su www.errorigiudiziari.com il ricordo della figlia di Enzo Tortora; estraggo un passo, a mio giudizio il più significativo: “Mio padre era un uomo famoso. E nel bene e nel male questo ha avuto un peso. Ma Giuseppe Gulotta non è Enzo Tortora, nessuno si occupa del suo caso, non c’è una campagna innocentista né un garantista, fra i tanti che si definiscono tali, che parli di lui. È terribilmente vero. Ieri come oggi. I casi Tortora non hanno voce.” Da oltre cinque anni, ogni giorno, a mo’ di bandiera, io scrivo dei processi Iori, un caso di malagiustizia ben peggiore; mi son rivolto a centinaia di persone importanti, in ogni settore della vita pubblica, che spesso pontificano sul caso Tortora, bella fatica: nessuna risposta. E’ la regola di Ennio Flaiano: gli italiani corrono in soccorso del vincitore! —Nel settembre di cinque anni fa, il quotidiano romano Il Tempo dedicò la sua apertura agli errori giudiziari, ai casi di ingiusta detenzione e agli innocenti in carcere addirittura per sette giorni consecutivi. Il direttore, Gian Marco Chiocci, chiese a noi di Errorigiudiziari.com di aiutarlo ad alimentare la sua campagna di sensibilizzazione e noi lo facemmo volentieri. Tra le varie voci ascoltate, in quell’occasione, non poteva mancare quella di Gaia Tortora, una delle figlie di Enzo. Le fu chiesto di scrivere una sua riflessione, per arrivare a capire se la tremenda vicenda giudiziaria che distrusse suo padre fosse servita a qualcosa per la giustizia italiana. Ecco le sue parole: -Quante volte mi è stato chiesto un ricordo, un commento, una intervista sulla vicenda di mio padre? Molte. Com’è normale che sia in questi casi. Le stesse volte in cui ho accettato e poi mi sono ritrovata davanti al computer e a tanti ricordi e parole e immagini nella testa. Questa volta però, mentre da Il Tempo mi spiegavano come sarebbe uscita l’inchiesta del giornale, la mia mente è tornata a poche settimane fa. Ad un libro. Alla storia di un uomo. Lui si chiama Giuseppe Gulotta. Il suo libro Alkamar – la mia vita in carcere da innocente. È la storia di un uomo che per 36 anni è stato considerato un assassino. È stato costretto a firmare una confessione con le botte e le torture. Oggi ha 55 anni. Ha passato in cella gran parte della sua vita. È un uomo innocente finito in un meccanismo che può stritolare chiunque. Ho letto d’un fiato la sua storia, che pure conoscevo. Ma non così nei dettagli. Mi sembrava in alcune pagine di rivivere l’incubo. Quel senso di impotenza che ti soffoca. Anche in quel caso tutto è cambiato in una notte. Esattamente come per mio padre. E per noi.
Dalle 4 del mattino del 17 giugno 1983 l’esistenza di mio padre viene stroncata. Giorgio Bocca lo ha definito «il più grande caso di macelleria giudiziaria della storia italiana». Dall’arresto di quella notte alla morte di nostro padre passarono 5 anni. In mezzo, una condanna a 10 anni di carcere, poi la piena assoluzione e infine il cancro ai polmoni che lo ha portato via. Potrei dire molte cose in queste righe che mi è stato chiesto di scrivere. Molte e forse troppe ne ho già dette. Allora, come spesso mi capita quando mi chiedono qualcosa su mio padre, chiudo gli occhi e cerco di riascoltare le sue raccomandazioni. «Date voce a chi voce non ha».
Ecco oggi i casi Tortora ci sono ancora. Sono molti e non li conosciamo. Mio padre era un uomo famoso. E nel bene e nel male questo ha avuto un peso. I riflettori si sono inevitabilmente accesi. Cosi riprendo tra le mani il libro di Giuseppe Gulotta e quelle parole a pag 127: «Gli anni 80 sono anni caldi per chi amministra la giustizia. Un referendum promosso dai radicali chiede una legge sulla responsabilità civile dei magistrati. Troppi errori, dicono i promotori citando il caso Tortora. Ma Giuseppe Gulotta non è Enzo Tortora, nessuno si occupa del suo caso, non c’è una campagna innocentista né un garantista, fra i tanti che si definiscono tali, che parli di lui». È terribilmente vero. Ieri come oggi. I casi Tortora non hanno voce. Ieri come oggi siamo ancora qui a dibattere di riforma della giustizia. A firmare di nuovo referendum per i quali gli italiani si erano già espressi e che poi come spesso accade i nostri politici hanno fatto diventare carta straccia. Mentre infuria la battaglia sulla magistratura i processi vanno avanti. Lentamente. Le persone aspettano.
La sete di giustizia in questo Paese è diventata arsura. In molti risvolti delle nostre vite. Il problema non è la magistratura italiana, ma alcuni uomini che ne fanno parte. E che possono sbagliare come tutti. Ma che avendo per le mani la vita di un essere umano dovrebbero avere maggior scrupolo proprio come un chirurgo con il bisturi o un giornalista con la penna. Sulle responsabilità dei magistrati è stato vinto un referendum nel 1987. Non chiedo che vada limitata la loro libertà. Ma i magistrati che sbagliano almeno non dovrebbero essere promossi. Basterebbe un po’ di buonsenso e di coerenza. Invece, nella maggior parte dei casi, non ti chiedono neanche scusa. Gaia Tortora (fonte: Il Tempo)

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mag 22 2018

questa è bellissima 22 05 2018

QUESTA E’ BELLISSIMA
E indicativa dei tempi in cui viviamo; e non poteva che darle spazio un giornale come Repubblica, letto dagli italiani colti e intelligenti; con le nascite, col sesso, con la famiglia, a un desiderio deve seguire immediatamente la legge che lo consacra, ma coi nomi non si deve scherzare, potrebbero indurre in errore sul…… sesso! I giudici poi, oberati di lavoro, con i processi che vanno in prescrizione, per colpa delle male leggi di Berlusconi prima e in seguito di Renzi, sono costretti a occuparsi di quelli davvero importanti.
—I genitori di una bambina di un anno e mezzo che hanno chiamato Blu, sono stati convocati dalla procura di Milano per rettificare l’atto di nascita. Altrimenti, spiega la coppia, “sarà il giudice a decidere il nome di nostra figlia”. Secondo i genitori di Blu, la magistratura si rifà all’articolo 35 del Dpr 396/2000 in base al quale “il nome imposto al bambino deve corrispondere al sesso”.
“Considerato che si tratta di nome moderno legato al termine inglese Blue, ossia il colore blu, e che non può ritenersi attribuibile in modo inequivoco a persona di sesso femminile – si legge, come riporta il quotidiano Il Giorno, nella lettera di convocazione in tribunale – l’atto di nascita deve essere rettificato, anteponendo altro nome onomastico femminile che potrà essere indicato dai genitori nel corso del giudizio”.

Crema 22 05 2018 www.flaminiocozzaglio.info flcozzaglio@gmail.com

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mag 22 2018

oggi a iori, domani a te 22 05 2018

OGGI A IORI, DOMANI A TE
In Italia i carcerati sono 60mila, uno ogni mille abitanti: è per questo che gli altri 999 non ci badano, convinti che a loro non toccherà mai. Ho concluso il libretto sul caso Iori, all’ergastolo definitivo con dimostrazioni alla sfera di cristallo et similia, per un omicidio impossibile da commettere a chiunque, con le cause di morte accertate; per un fine: raccontare come sia facile a qualsiasi dei 999 diventare l’uno.
Chi volesse, gratis, il libretto via mail, una settantina di cartelle, mi dia il suo indirizzo; i miei sono flcozzaglio@gmail.com cozzaglio.flaminio@alice.it
339 3599879 0372 431727 ———————————————
Border Nights-You Tube, una piccola emittente toscana, facilmente rintracciabile su internet, riporta la mia intervista del 21 ottobre 2016 sul caso Iori; qualche difetto, all’inizio manca l’audio (!), a volte le voci non sono perfette, ma credo d’esser riuscito a condensare bene ciò che scrivo da anni.

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mag 21 2018

la legge del più forte-ottocentottantatre 21 05 2018

LA LEGGE DEL PIU’ FORTE – OTTOCENTOTTANTATRE La vicenda di Enzo andrebbe studiata, non evitata, dice a www.errorigiudiziari.com Francesca Scopelliti, l’ultima moglie di Enzo Tortora; studiata nelle cause e nella cura, come non si è fatto mai seriamente in questi trent’anni, nel silenzio complice dei media; eppure le cause sono semplici, è il potere senza responsabilità dei giudici che possono decidere come vogliono, basta che appicchino qualche parola a mo’ di spiegazione; e la cura è ancor più semplice, obbligarli al rispetto letterale del 533cpp, che prevede, in caso di condanna, la certezza della colpa al di là di ogni ragionevole dubbio. Serve il bimbo che esclami: ma il re è nudo? —Da trent’anni, da quando cioè Enzo Tortora ci ha lasciato, porta avanti con orgoglio, fatica e tantissimo impegno il lascito del popolare presentatore di Portobello: dar voce a chi voce non ha, aprire gli occhi della gente sulla situazione degli innocenti in carcere, delle vittime di errori giudiziari, dei diritti umani dietro le sbarre. Lei è Francesca Scopelliti, ultima compagna di vita e di battaglie di Tortora nonché presidente della Fondazione a lui intitolata.
Nel trentennale della scomparsa del suo compianto Enzo, in questa intervista sottolinea tutta la sua amarezza nel vedere come una vicenda che sarebbe così importante ricordare costantemente per una democrazia compiuta, viene in realtà relegata ai margini di qualche temporaneo ricordo. A danno dei cittadini e della loro conoscenza di cosa vuol dire davvero poter usufruire di un giusto processo e di una giustizia giusta.

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mag 21 2018

oggi a iori, domani a te 21 05 2018

OGGI A IORI, DOMANI A TE
In Italia i carcerati sono 60mila, uno ogni mille abitanti: è per questo che gli altri 999 non ci badano, convinti che a loro non toccherà mai. Ho concluso il libretto sul caso Iori, all’ergastolo definitivo con dimostrazioni alla sfera di cristallo et similia, per un omicidio impossibile da commettere a chiunque, con le cause di morte accertate; per un fine: raccontare come sia facile a qualsiasi dei 999 diventare l’uno.
Chi volesse, gratis, il libretto via mail, una settantina di cartelle, mi dia il suo indirizzo; i miei sono flcozzaglio@gmail.com cozzaglio.flaminio@alice.it
339 3599879 0372 431727 ———————————————
Border Nights-You Tube, una piccola emittente toscana, facilmente rintracciabile su internet, riporta la mia intervista del 21 ottobre 2016 sul caso Iori; qualche difetto, all’inizio manca l’audio (!), a volte le voci non sono perfette, ma credo d’esser riuscito a condensare bene ciò che scrivo da anni.

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mag 20 2018

la legge del più forte-ottocentottantadue 20 05 2018

LA LEGGE DEL PIU’ FORTE – OTTOCENTOTTANTADUE Piero Sansonetti, direttore del Dubbio, su Tortora: “E’ stato il caso più famoso di errore giudiziario. Voluto, cercato, difeso con arroganza dal potere. Il più famoso: non l’unico, tranquilli, non l’unico” Non sono d’accordo con l’abuso continuo di “errore giudiziario”: non si tratta di errore ma, per quanto in buona fede, di un preciso atto di volontà; io giudice ho un’idea e ci mancherebbe fosse sbagliata. La conferma storica, i processi Iori, tutti e tre! —Trent’anni fa moriva Enzo Tortora. Il 18 maggio del 1988. Era un grande giornalista, conservatore e liberale. Aveva subito una persecuzione giudiziaria feroce e assolutamente irragionevole. Tortora è stato il testimone di come la giustizia possa esercitare il suo enorme potere in modo malvagio e in spregio del diritto. Assecondata e applaudita dal giornalismo. Fu arrestato all’alba del 17 giugno del 1983, a Roma, trascinato in manette in una caserma dei carabinieri e poi, in manette, mostrato ai giornalisti e ai fotografi e infine, a sera, chiuso in cella per sette mesi. Più molti altri mesi di arresti domiciliari. Era accusato di essere un camorrista, uno spacciatore di droga e un mercante di morte. Era del tutto, del tutto, del tutto innocente. Qualche giorno dopo il suo arresto Camilla Cederna, giornalista ultra- liberal, di sinistra, indipendente, spregiudicata, cronista di inchiesta e di prima linea, prestigiosissima, scrisse: « Mi pare che ci siano gli elementi per trovarlo colpevole: non si va ad ammanettare uno del cuore della notte se non ci sono buone ragioni. Il personaggio non mi è mai piaciuto». C’è tutto in questa breve frase. C’è il cuore del colpevolismo cieco (” se lo hanno arrestato vuol dire che qualcosa l’ha fatta”: pare che sia la stessa frase che fu ripetuta migliaia di volte in Argentina, dopo il golpe di Videla e gli arresti di massa degli oppositori). C’è l’idea che l’accusa è essa stessa dimostrazione della colpa. C’è l’infallibilità dei giudici. C’è l’antipatia personale come prova a carico. C’è il principio dell’intoccabilità rovesciata, e cioè la convinzione che il prestigio personale, o la fama, o il potere di una persona, presunta intoccabile, siano in realtà evidenze certe di reato. Tortora era innocentissimo ma l’intera stampa italiana si schierò contro di lui e lo riempì di fango, tranne pochissime eccezioni: Biagi, Montanelli. E l’intera magistratura diede totale copertura prima al giudice istruttore che lo aveva fatto incarcerare senza prove e senza indizi, e poi ai pubblici ministeri che – senza prove e senza indizi – lo fecero condannare a 10 anni di carcere. La magistratura poi si riscattò, con la sentenza di appello, che fu di piena assoluzione e di furiosa e appassionata condanna del lavoro sciatto e indegno svolto dai magistrati che lo avevano condannato. Tortora fu condannato sulla semplice testimonianza di alcuni pentiti, del tutto inaffidabili, e teleguidati – che ottennero in cambio sconti di pena – senza la possibilità del minimo riscontro. In appello gli indizi e le testimonianze furono smontati uno ad uno, in modo inconfutabile, ma erano stati già smontati nel primo grado e in istruttoria, però i giudici del primo grado e dell’istruttoria se ne erano infischiati delle prove a difesa. La magistratura si riscattò con la sentenza d’appello. Il giornalismo non si riscattò mai. Anche la politica ebbe in gran parte un atteggiamento infame sul caso Tortora. Più o meno tutto il mondo politico, eccetto, naturalmente, i radicali ( che si batterono al suo fianco in modo eroico, subissati dalle critiche e dagli scherni), e i socialisti. E’ stato il caso più famoso di errore giudiziario. Voluto, cercato, difeso con arroganza dal potere. Il più famoso: non l’unico, tranquilli, non l’unico. Dal caso Tortora nacque il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati, vinto dai radicali, ma poi smantellato dal governo. E dal caso Tortora nacquero le prime battaglie garantiste, che piano piano ottennero dei risultati: gracili, sparuti, ma non inesistenti. Oggi il trentesimo anniversario della morte di Tortora, ucciso da un cancro che aveva maturato in carcere, coincide con la presentazione del programma del nuovo governo. E in questo programma ci sono delle proposte di riforma della macchina giudiziaria che fanno tremare le vene e i polsi. Più intercettazioni ( oggi siamo il paese con più intercettazioni al mondo, ne abbiamo cento volte cento – più della Gran Bretagna), riduzione o cancellazione della prescrizione, aumento delle pene per i reati contro il patrimonio e per la corruzione, fine delle conquiste di politica carceraria ottenute dagli anni ottanta ( riforma Gozzini) in poi dalle forze democratiche, introduzione degli agenti provocatori che si affiancherebbero ai pentiti in una logica vicinissima a quella che guidò i Pm del caso Tortora ( i quali Pm, salvo uno, non hanno mai chiesto scusa). E’ molto triste questa coincidenza. È anche molto preoccupante. Per fortuna un programma di governo non è legge. Va portato in Parlamento, va discusso, deve superare il vaglio della Corte Costituzionale. Esistono in Parlamento le forze liberali in grado di opporsi a questa svolta di ispirazione autoritaria, che non ha precedenti nella storia della Repubblica? Avranno, queste forze, la capacità e il coraggio per battersi e per fermare questa svolta? Dipenderà anche dai giornali, dalle Tv. Dall’atteggiamento che assumeranno nei confronti del programma di governo. A leggere i giornali di questi giorni si ha l’impressione che l’intellettualità italiana, e il giornalismo, non siano molto preoccupati per il futuro della giustizia. Li indigna, forse giustamente, l’organo di garanzia previsto dal “contratto” e probabilmente incostituzionale, ma nessuno è indignato, o colpito, anzi nessuno si occupa, della proposta di mettere in prigione i bambini. E questo non è di buon auspicio. Possibile che il giornalismo italiano sia rimasto quello delle frasi tremende di Camilla Cederna?

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mag 20 2018

il solito più eguale degli altri 20 05 2018

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IL SOLITO PIU’ EGUALE DEGLI ALTRI E’ Alessandro Sallusti, direttore del Giornale; la condanna per diffamazione a Vittorio Sgarbi e a lui per omesso controllo; non ho letto l’articolo di Sgarbi, mi diverte molto invece la nota sul ben diverso diritto di cui gode Di Matteo. —La sentenza di primo grado, firmata da un solerte giudice del tribunale di Monza, riguarda un articolo scritto da Sgarbi sulle minacce ricevute dal pm palermitano Nino Di Matteo, quello del presunto complotto Stato-Mafia, più noto per essere un pupillo dei grillini e star nei dibattiti televisivi nei quali non perde occasione di ripetere che a suo avviso Silvio Berlusconi è colluso con la mafia (roba questa sì da querela). La libertà di espressione e di opinione che lui pratica a piene mani, Di Matteo la nega a Vittorio Sgarbi, e per questo lo ha querelato. Del resto Sgarbi, non essendo un magistrato, non gode delle stesse libertà e immunità della sacra casta togata, in più scrive liberamente su Il Giornale e quindi peste lo colga!

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