Archive for the 'cronaca nazionale' Category

mag 17 2018

ottantesimo compleanno 17 05 2018

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OTTANTESIMO COMPLEANNO
“Il mio è stato un giornalismo controcorrente, con metodi nuovi, e non smentibile. Sembra superbia, in realtà il segreto è che ho raccontato il mondo con le voci dei protagonisti”.
E’ Gianni Minà a Repubblica; tutto vero, compresa la voce di Fidel Castro, rimasta nella storia del giornalismo come: “Intervista in ginocchio”

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mag 17 2018

poi non restano che gli elefanti 17 05 2018

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POI NON RESTANO CHE GLI ELEFANTI
Da Repubblica: “dopo l’esperimento delle pecore taglia erba nei parchi, la Capitale è pronta ad utilizzare anche le mucche. Lo ha annunciato l’assessora all’ambiente Pinuccia Montanari in un’intervista a Inblu Radio, il network delle radio della Cei”

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mag 17 2018

diritti a senso unico 17 05 2018

DIRITTI A SENSO UNICO Ai “davvero c’è ancora” del compagno Piloni credo siamo in tanti a rispondere: sì, sì, sì, sì, e senza purtroppo; l’Italia ha compiuto grandi passi avanti in materia di diritti, per chi è in grado di lottare per ottenerli; e il diritto di conoscere la propria madre, naturalmente, non è un diritto, è una forma di egoismo; da www.cremaoggi.it —Davvero c’è ancora chi pensa che genitori omosessuali siano un danno per i figli? Davvero c’è ancora chi pensa che ci siano figli, bambini o genitori di serie A e di serie B? Purtroppo si, ed è anche per questo che scelte come quella dei Sindaci di Torino, Romano, Gabicce e Crema sono importanti. In questi anni l’Italia ha compiuto grandi passi in avanti in materia di diritti.
Crema 17 05 2018 www.flaminiocozzaglio.info flcozzaglio@gmail.com

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mag 17 2018

oggi a iori, domani a te 17 5 2018

OGGI A IORI, DOMANI A TE
In Italia i carcerati sono 60mila, uno ogni mille abitanti: è per questo che gli altri 999 non ci badano, convinti che a loro non toccherà mai. Ho concluso il libretto sul caso Iori, all’ergastolo definitivo con dimostrazioni alla sfera di cristallo et similia, per un omicidio impossibile da commettere a chiunque, con le cause di morte accertate; per un fine: raccontare come sia facile a qualsiasi dei 999 diventare l’uno.
Chi volesse, gratis, il libretto via mail, una settantina di cartelle, mi dia il suo indirizzo; i miei sono flcozzaglio@gmail.com cozzaglio.flaminio@alice.it
339 3599879 0372 431727 ———————————————
Border Nights-You Tube, una piccola emittente toscana, facilmente rintracciabile su internet, riporta la mia intervista del 21 ottobre 2016 sul caso Iori; qualche difetto, all’inizio manca l’audio (!), a volte le voci non sono perfette, ma credo d’esser riuscito a condensare bene ciò che scrivo da anni.

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mag 16 2018

la legge del più forte-ottocentosettantotto 16 05 2018

LA LEGGE DEL PIU’ FORTE – OTTOCENTOSETTANTOTTO Dal sito dell’Unione camere penali italiane un articolo del 17 12 2015 su un tema continuamente dibattuto: il processo mediatico. Resto esterrefatto e dal giudizio e dalle proposte; il giudice si fa influenzare dal giornalista? Dio sa dalla moglie; impedire al giornalista di dare il suo parere? Ma il processo penale è pubblico, prima si modifichi la legge, che provveda a farlo celebrare in Camera di Consiglio. Magari tutti i processi fossero discussi come Amanda e Sollecito, sparirebbero i processi alla Iori, conditi di sfere di cristallo d’ogni tipo! —-”La giustizia mediatica ha assunto dimensioni e incisività tali da offrire uno scenario processuale alternativo a quello legale, capace di radicarsi profondamente nell’immaginario collettivo.” Nel suo inedito editoriale il Prof. Amodio interviene sulla degenerazione della giustizia mediatica analizzandone le cause e la necessità di porre limiti alla invadenza del giornalismo giudiziario.
La retorica colpevolista della giustizia mediatica
L’onda impetuosa dei media si abbatte sul processo penale e ne deforma lo scenario fino a renderlo irriconoscibile persino a chi, come difensore, ha vissuto in prima persona le vicende giudiziarie che la stampa e la televisione scelgono di raccontare.
E’ un fenomeno ben noto e da anni sottoposto al filtro di un dibattito tanto serrato, quanto improduttivo. Per di più negli ultimi tempi sta crescendo attorno alle distorsioni della giustizia mediatica una barriera protettiva che talvolta lascia il posto ad una sorta di filosofia della rassegnazione, quasi che si avesse a che fare con calamità naturali, al pari delle periodiche alluvioni generatrici di smottamenti di terreno fangoso.
Tra i paladini della intangibilità della cronaca giudiziaria, c’è una parte del ceto politico che denuncia come intollerabile bavaglio qualsiasi proposta di arginare l’invadenza dei media. E nel partito dei rassegnati bisogna registrare quei giuristi che, pur riconoscendo gli effetti devastanti dell’informazione giudiziaria, alzano le braccia al cielo e auspicano un’autodisciplina dei giornalisti, ritenendo inconcepibile qualsiasi divieto. Infine, c’è una giurisprudenza a dir poco paradossale che fissa una regola azzeratrice di ogni possibile reazione di fronte alle deformazioni del giornalismo giudiziario perché esse sarebbero prive di qualsiasi impatto negativo sulle garanzie processuali.
Siamo quindi di fronte ad un ventaglio di veti, rinunce e miopie che culminano nella negazione della patologia: i media alterano, stravolgono, sfigurano l’estetica della giustizia penale, ma non fanno male. Lo ha detto di recente una sentenza della Corte di Cassazione in tema di rimessione del procedimento affermando che «le campagne stampa quantunque astiose, accese e martellanti o le pressioni dell’opinione pubblica non sono di per sé idonee a condizionare il giudice, abituato ad essere oggetto di attenzione e critica senza che sia menomata la sua indipendenza» (Cass. Sez. V, 12.5.2015, Fiesoli). E’ lo stereotipo del giudice con la corazza, insensibile ad ogni perturbazione esterna perché protetto dalla sua olimpica saggezza.
Ma non basta. La stessa sentenza continua sostenendo che «anche il debordare della cosiddetta giustizia spettacolo, il vedere pagine di giornali o intere puntate di talk show occupate da vicende giudiziarie ancora in corso in cui si sviscerano tesi su tesi, talvolta fantasiose spesso l’una contraria all’altra, ha finito per diventare un fenomeno talmente normale che nessuno ci fa più caso». Qui c’è la sterilizzazione dell’inquinamento da overdose di informazione giudiziaria anche con riguardo all’opinione pubblica, che si immagina rinchiusa nel bozzolo di una assoluta imperturbabilità.
Il nostro paese sarebbe dunque sul piano mediatico l’isola dell’ingiusto processo. Per tutto il resto dell’Europa valgono le regole messe a punto dalla Corte di Strasburgo secondo cui l’imparzialità dei tribunali garantita dall’art. 6 CEDU non consente ai giornalisti di formulare «dichiarazioni che risulterebbero idonee, intenzionalmente o no, a ridurre le chances per una persona di beneficiare di un processo equo» (sentenza Worm c. Austria, 29 agosto 1997) e tali da scalzare la fiducia dei cittadini nella amministrazione della giustizia.
A configurare la violazione del diritto al fair trial basta il pericolo concreto di una lesione della imparzialità del giudice (Dupuis c. Francia, 7 giugno 2007, § 44). In Inghilterra, poi, è prevalente il modello della presunzione di offensività conseguente al solo fatto della pubblicazione di notizie rilevanti per il processo penale, in base alla disciplina del contempt of court, mentre nella common law statunitense si ritiene necessario l’accertamento in concreto dell’effetto lesivo delle notizie divulgate, anche se è ancora vivo l’insegnamento del giudice Brennan secondo cui «non si può seriamente dubitare che l’incontrollata pregiudizievole pubblicità prima del dibattimento possa distruggere la fairness di un processo penale» (Nebraska Press Association v. Stuart, 1976).
Si può davvero pensare, dunque, che solo in Italia il giudice sia insensibile alla stampa colpevolista e il pubblico legga i giornali e guardi la tv con l’animo distaccato di chi finisce per sonnecchiare davanti allo spettacolo della marcia vittoriosa dei pubblici ministeri verso la sconfitta del crimine?
E’ proprio vero invece che nel nostro paese la giustizia mediatica ha assunto dimensioni e incisività tali da offrire uno scenario processuale alternativo a quello legale, capace di radicarsi profondamente nell’immaginario collettivo. Basta pensare alla crescita esponenziale dell’agire comunicativo, ormai affrancato dai canoni della oggettività in una sequenza evolutiva impressionante: dalla cronaca al commento; dal commento alle ricostruzioni; dalle ricostruzioni alle inchieste parallele che si sovrappongono alle indagini della magistratura e nelle quali prevale lo spettacolo in ossequio alla tirannia dell’audience.
Ormai con la sua invadenza il giornalismo giudiziario ruba la scena alla giustizia in toga. E impone il suo «statuto» che ribalta i principi su cui si regge il giusto processo. Anzitutto mediante la delocalizzazione, che privilegia le investigazioni rispetto al dibattimento, una fase troppo piena di oscillazioni causate dalla dialettica tra accusa e difesa per essere rappresentata come monolite colpevolista. La giustizia mediatica si nutre così di approssimazioni conoscitive e le trasforma in verità consacrate istillando nell’opinione pubblica l’idea della certezza a proposito di risultati che sono invece provvisori e non spendibili nel giudizio. In questo modo trionfa la retorica della colpevolezza che si alimenta della farina tratta dal sacco del pubblico ministero, nella ricerca di una perentorietà espressiva sulle acquisizioni delle indagini volta a placare l’ansia collettiva generata dall’allarme per i fatti criminosi.
Deviazione del campo visivo e artificiosa rappresentazione di congetture elevate a verità sono i due pilastri su cui è edificata la presunzione di colpevolezza nella giustizia mediatica. Mentre la magistratura indaga e affronta con paziente analisi la lettura del quadro indiziario, la stampa lancia i suoi titoli in cui l’inquisito è «inchiodato» dal video di un anonimo furgone che attraversa un incrocio, dai monosillabi captati in una intercettazione telefonica ovvero dalle risultanze di uno screening di massa del DNA. Come si può negare l’impatto del convincimento mediatico colpevolista? Ne ha riconosciuto la portata deviante persino la stessa Cassazione nella sentenza sul processo di Perugia quando ha affermato, annullando la condanna di Amanda Knox e Raffaele Sollecito, che proprio la pressione mediatica aveva indotto gli inquirenti ad imboccare scorciatoie per consegnare al luccichio dello schermo televisivo l’immagine dei due ragazzi colpevoli.
E’ dunque ormai tempo di mettere mano ad una politica dei limiti e dei divieti nei confronti dei media. Lo sappiamo tutti che ai pubblici ministeri fa comodo giovarsi della cronaca colpevolista, ma i togati della giudicante non sono sulla stessa lunghezza d’onda. Essi avvertono il fastidio e il disagio di veder offuscato il loro ruolo quando la televisione investe di funzioni oracolari il conduttore del talk show che pronuncia la sentenza di condanna in nome del popolo dei telespettatori.
Cominciamo a chiudere le porte di quei salotti televisivi in cui sedicenti esperti ovvero familiari delle vittime, animati da comprensibile revanche punitiva, si esibiscono in un coro colpevolista contro indagati in processi pendenti. Poi si potrà pensare a misure appropriate a ricondurre il giornalismo giudiziario al pieno esercizio del suo potere di esercitare una penetrante attenzione critica sulle modalità di funzionamento della giustizia penale con un equilibrio che impedisca alla libertà di stampa di trasformarsi nella pietra tombale della presunzione di innocenza.

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mag 16 2018

se è un diritto 16 05 2018

SE E’ UN DIRITTO, allora è possibile non esercitarlo; anche per interposto genitore. —Dall’Avvenire, il Papa: l’educazione cristiana è un diritto dei bambini. Ad affermarlo, ripetendolo due volte, è stato il Papa, che nell’udienza ha concluso il ciclo di catechesi sul battesimo, primo passo dell’iniziazione cristiana. “Se si tratta di bambini, è compito dei genitori, insieme a padrini e madrine, aver cura di alimentare la fiamma della grazia battesimale nei loro piccoli, aiutandoli a perseverare nella fede”, ha spiegato il Papa, ricordando che l’educazione cristiana “tende a guidarli gradualmente a conoscere il disegno di Dio in Cristo: così potranno ratificare personalmente la fede nella quale sono stati battezzati”

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mag 16 2018

cosa spetta a chi 16 05 2018

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COSA SPETTA A CHI Dal sito dell’Associazione nazionale magistrati; credo bene Minisci non voglia entrare nel merito dei provvedimenti giudiziari, visto il merito di tanti di essi; in cambio all’Anm non sfugge l’entrata, a volte a gamba tesissima, in tanti progetti prima ancora diventino legge. —Da tecnici leggeremo con attenzione il provvedimento del Tribunale di Sorveglianza di Milano, ma non chiedeteci di commentarlo perché l’ANM non entra mai nel merito dei provvedimenti giudiziari, non è nel nostro stile e non spetta a noi farlo. Raggiunto telefonicamente dall’AdnKronos, Francesco Minisci, presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, commenta così la ‘riabilitazione’ di Silvio Berlusconi.

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mag 16 2018

si fa presto a dire vecchi 16 05 2018

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SI FA PRESTO A DIRE VECCHI Ci ho messo tutta la vita a diventarlo e adesso La Stampa me lo rinfaccia pure! —E si va accentuando l’invecchiamento della popolazione, nonostante la presenza degli stranieri caratterizzati da una struttura per età più giovane di quella italiana e con una fecondità più elevata. E così l’Italia è il secondo Paese più vecchio al mondo, con una stima di 168,7 anziani ogni 100 giovani al 1 gennaio 2018.

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mag 16 2018

oggi a iori, domani a te 16 05 2018

OGGI A IORI, DOMANI A TE
In Italia i carcerati sono 60mila, uno ogni mille abitanti: è per questo che gli altri 999 non ci badano, convinti che a loro non toccherà mai. Ho concluso il libretto sul caso Iori, all’ergastolo definitivo con dimostrazioni alla sfera di cristallo et similia, per un omicidio impossibile da commettere a chiunque, con le cause di morte accertate; per un fine: raccontare come sia facile a qualsiasi dei 999 diventare l’uno.
Chi volesse, gratis, il libretto via mail, una settantina di cartelle, mi dia il suo indirizzo; i miei sono flcozzaglio@gmail.com cozzaglio.flaminio@alice.it
339 3599879 0372 431727 ———————————————
Border Nights-You Tube, una piccola emittente toscana, facilmente rintracciabile su internet, riporta la mia intervista del 21 ottobre 2016 sul caso Iori; qualche difetto, all’inizio manca l’audio (!), a volte le voci non sono perfette, ma credo d’esser riuscito a condensare bene ciò che scrivo da anni.

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mag 15 2018

la legge del più forte-ottocentosettantasette 15 05 2018

LA LEGGE DEL PIU’ FORTE – OTTOCENTOSETTANTASETTE Da www.errorigiudiziari.com; il caso ha un punto in comune coi processi Iori: il telefonino. Maurizio Iori non lo dimentica, lo lascia apposta in casa per uscire a uccidere, perché dove il telefonino, lì il padrone: lui quindi non s’è mai allontanato! Ma il trucco non riesce, per l’acume degli investigatori, che hanno capito tutto. Sembra strano a qualche lettore? La conferma viene dai processi Palumbo, condannato a ripetizione perché il suo telefonino è sicuramente sul luogo del delitto! Così si raggiunge la certezza al di là di ogni ragionevole dubbio, come prevede il 533 del codice di procedura penale…..
—È il 2 luglio 2003 a Bereguardo, un piccolo centro in provincia di Pavia. In un’auto data alle fiamme viene ritrovato il corpo carbonizzato di Gioacchino Lombardi. L’uomo, 51 anni, è stato picchiato a sangue, incaprettato e rinchiuso nel bagagliaio ancora agonizzante, prima che l’auto venisse incendiata. È per un omicidio così efferato che, nove anni dopo, finirà in carcere Pasquale Palumbo. Pasquale Palumbo, 49 anni, viene arrestato infatti nel novembre 2012, insieme con i suoi fratelli Giovanni e Claudio. Originario di Torre Annunziata, vive da vent’anni a Savona, dove gestisce un bar con la moglie e i figli. Gli investigatori sono convinti che all’origine dell’uccisione di Gioacchino Lombardi ci siano motivi passionali: avrebbe aiutato il figlio della vittima a uccidere il padre, perché innamorato della stessa donna. Ma Pasquale Palumbo sa di non avere nulla a che fare con quel delitto e non fa altro che continuare a ripetere di essere innocente. Le prove a suo favore non mancherebbero: sul luogo dov’è stata ritrovata l’auto incendiata non ci sono tracce biologiche dell’imputato che testimonino una sua partecipazione al pestaggio o alle fasi successive; non esiste un movente dell’omicidio, visto che Pasquale Palumbo non ha mai conosciuto la vittima: “Quell’uomo non l’ho mai visto, non so neppure chi fosse”, ripete più volte agli investigatori. Ma gli inquirenti basano le loro accuse su altro: i tabulati telefonici confermerebbero la sua presenza sulla scenda del delitto dalla sera del 1 luglio 2003 fino al pomeriggio del giorno successivo. Dunque Palumbo avrebbe avuto tutto il tempo di portare a termine l’omicidio. I processi di primo grado e di appello si concludono entrambi con una condanna a 23 anni di reclusione. Ma un primo ricorso in Cassazione del legale di Palumbo – l’avvocato Fabrizio Vincenzi – va a buon fine: la Suprema Corte dispone l’annullamento della sentenza di secondo grado, con l’obbligo di celebrare un nuovo processo. Nonostante questo, per Palumbo arriverà una seconda condanna a 24 anni di carcere. Ma l’ulteriore ricorso in Cassazione questa volta avrà un esito diverso: gli elementi presentati dall’avvocato Vincenzi indurranno i giudici della Suprema Corte ad accogliere il ricorso, annullare la sentenza “per non aver commesso il fatto”, ma senza rinviare a un nuovo processo e disponendo l’immediata scarcerazione dell’imputato. Pasquale Palumbo, insomma, viene finalmente riconosciuto innocente dopo aver passato sei anni in carcere. Il suo telefonino era stato individuato sul luogo dell’assassinio solo perché quel giorno era in possesso di uno dei fratelli. L’avvocato Vincenzi: “Non sappiamo ancora se chiederemo un risarcimento. L’ingiustizia c’è, ma c’è anche la voglia di mettersi definitivamente alle spalle questo incubo che è durato 15 anni”. Per l’omicidio di Gioacchino Lombardo sono stati condannati con sentenza definitiva il figlio Vincenzo (16 anni), e i fratelli di Pasquale Palumbo, Claudio e Giovanni (30 anni). (fonte: Il Secolo XIX, Brescia Today, Ansa) Ultimo aggiornamento: 10 maggio 2018

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