Archive for the 'cronaca nazionale' Category

mag 19 2018

la legge del più forte-ottocentottantuno 19 05 2018

LA LEGGE DEL PIU’ FORTE – OTTOCENTOTTANTUNO Dal Dubbio, Simona Musco; prima dell’articolo, i punti salienti, da meditare bene, ma dopo la meditazione: procuratori e giudici del primo processo, visto il parere generale che non è l’ambiguo “errore giudiziario” ma: precisa volontà di fare quel che han fatto, han subito sanzioni, anche la più semplice: non farlo più?.
-Il rapporto tra toghe e stampa, i magistrati innamorati delle proprie tesi, anche a costo della verità,
-Arrestato senza prove, condannato in primo grado con una sentenza ridicola e con i giornalisti che brindavano, esposto a un linciaggio mediatico e giudiziario senza precedenti.
-Quanto accaduto a Tortora – questo l’allarme – potrebbe accadere di nuovo e a chiunque, specie in una società in cui la costruzione del mostro conosce strumenti nuovi e dove la presunzione d’innocenza è un diritto «non tutelato».
-A rappresentare la magistratura c’era Giovanni Salvi, procuratore generale della Corte d’Appello di Roma, che ha sollevato dubbi sui magistrati del caso Tortora, a partire dalla capacità «di resistere alla tentazione di forzare la norma per raggiungere l’obiettivo che si ritiene giusto. È una grande tentazione del pubblico ministero».
-Come ad esempio, ascoltare pentiti che, dopo anni, cambiano versione, senza chiedersi come mai o avere la pretesa di presentarsi come “cavalieri solitari”,
-che ha ricordato la vittoria nel 1987 del referendum sulla responsabilità civile dei magistrati, «tradita l’anno successivo con il voto sulla legge Vassalli, pochi giorni dopo la morte di Tortora.
-tanto da parlare di un momento anche peggiore rispetto a 30 anni fa, frutto del mancato rispetto delle regole del sistema da parte del sistema stesso.
—«Essere garantisti è un obbligo costituzionale, anche quando va poco di moda come oggi. Noi dobbiamo combattere questa battaglia culturale. Nel nome di Enzo Tortora e di quelli come lui, massacrati mediaticamente pur non avendo commesso alcun reato. Per la giustizia, contro il giustizialismo». Matteo Renzi sceglie i trent’anni dalla morte di Enzo Tortora per piantare la bandiera del garantismo. E non può essere un caso che il vessillo issato dall’ex premier dem sventoli nelle ore in cui Lega e 5Stelle siglano un contratto di governo decisamente poco garantista. E nelle stesse ore, dalla Valle d’Aosta, arriva anche la bordata di Silvio Berlusconi che chiude l’alleanza con Salvini perché, dice, «siamo proprio nella direzione più giustizialista possibile. Ho cominciato a vedere quello che viene chiamato il contratto definitivo – ha detto – e la preoccupazione è molto forte molto profonda perché ci sono molti punti all’opposto del nostro contratto del centrodestra, a partire dalla giustizia». Il rapporto tra toghe e stampa, i magistrati innamorati delle proprie tesi, anche a costo della verità, gli aspiranti eroi, che sacrificano la speranza, e una battaglia che oggi la politica rischia di rendere vana. A 30 anni dalla scomparsa di Enzo Tortora e a due da quella di Marco Pannella, il dibattito sulla giustizia giusta è tutt’altro che esaurito. Rischiando di fare un balzo indietro, come se il sacrificio del conduttore televisivo, finito in carcere per colpa di accuse infondate e infamanti, fosse stato vano. Di questi temi si è discusso ieri nella Sala degli atti parlamentari del Senato, con il dibattito “Caso Tortora. Caso Italia”, organizzato dalla Fondazione internazionale per la giustizia “Enzo Tortora” e dall’Unione delle Camere penali italiane. Un dramma personale, ha evidenziato Gianfranco Spadaccia, già segretario del Partito radicale, diventato una grande questione politica e sociale. Tante, ieri, le persone che lo hanno ricordato. A partire da Matteo Renzi, che sulla sua pagina Facebook ha rievocato la vicenda. Tortora «era divenuto – suo malgrado – il simbolo di una giustizia vergognosa. Arrestato senza prove, condannato in primo grado con una sentenza ridicola e con i giornalisti che brindavano, esposto a un linciaggio mediatico e giudiziario senza precedenti. Poi finalmente riconosciuto come totalmente estraneo, totalmente innocente. Quando, da premier, ho firmato la legge sulla responsabilità civile dei magistrati ho pensato a lui, alla sua storia. Ma sono certo che non basti una legge – scrive Renzi –. Tra le tante battaglie culturali che ci aspettano – nell’Italia del 2018 – c’è anche quella per difendere la giustizia vera, dalle semplificazioni dei talk show, dei social, dei protagonismi. La giustizia non è mai giustizialismo. Non è mai show. Non è mai linciaggio mediatico. Essere garantisti è un obbligo costituzionale, anche quando va poco di moda come oggi. Noi dobbiamo combattere questa battaglia culturale. Nel nome di Enzo Tortora e di quelli come lui, massacrati mediaticamente pur non avendo commesso alcun reato. Per la giustizia, contro il giustizialismo». Giustizia, quella richiamata dalla presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, che ricordando il debito di riconoscenza dell’Italia nei confronti di Marco Pannella, ha evidenziato la necessità di riformarla. Quanto accaduto a Tortora – questo l’allarme – potrebbe accadere di nuovo e a chiunque, specie in una società in cui la costruzione del mostro conosce strumenti nuovi e dove la presunzione d’innocenza è un diritto «non tutelato». Complici anche i giornalisti, il cui lavoro spesso «si intreccia con quello dei magistrati». A rappresentare la magistratura c’era Giovanni Salvi, procuratore generale della Corte d’Appello di Roma, che ha sollevato dubbi sui magistrati del caso Tortora, a partire dalla capacità «di resistere alla tentazione di forzare la norma per raggiungere l’obiettivo che si ritiene giusto. È una grande tentazione del pubblico ministero». Una vicenda emblematica anche per i rapporti con i media: giusto mettere la gente nelle condizioni di capire, ma «bisogna evitare di costruire il circuito di retribuzione reciproca. A mio parere, al momento, questo è il rischio maggiore». Così ha messo in guardia i colleghi dalla possibilità di «ripetere degli errori». Come ad esempio, ascoltare pentiti che, dopo anni, cambiano versione, senza chiedersi come mai o avere la pretesa di presentarsi come “cavalieri solitari”, dando un’immagine «disperante» della lotta alla criminalità. Salvi ha poi teso la mano all’avvocatura, dicendo finito il tempo delle barricate, in passato motivate anche dall’aver scambiato «la difesa dell’autonomia con la difesa dei privilegi». Pericolo che ancora esiste, ma superabile col dialogo. Ma le responsabilità sono anche politiche. E le prospettive future tradiscono l’urgenza di rispolverare la questione giustizia per rimaneggiarla nel profondo. L’allarme lo lancia Beniamino Migliucci, presidente dell’Unione delle Camere penali italiane, che ha criticato il contratto di governo di Lega e Cinque Stelle. «Ci sono parallelismi inquietanti con quel periodo, quando vigeva il processo accusatorio», una prova di come il caso Tortora rappresenti, in realtà, il caso Italia. «Sono circa mille all’anno i casi accertati di ingiusta detenzione», ha evidenziato, con una spesa di quasi 650 milioni dal 1992. Le soluzioni ci sarebbero: basterebbe applicare «il principio della presunzione di innocenza» e della raccolta della prova nel contraddittorio in dibattimento. La malattia del sistema giustizia è però un lascito di 35 anni di politica, secondo Rita Bernardini, coordinatrice della presidenza del Partito radicale, che ha ricordato la vittoria nel 1987 del referendum sulla responsabilità civile dei magistrati, «tradita l’anno successivo con il voto sulla legge Vassalli, pochi giorni dopo la morte di Tortora. La politica – sostiene Bernardini – ebbe paura». Un’ignavia che oggi avrebbe condotto ad un programma di governo che preoccupa anche Gian Domenico Caiazza, avvocato, segretario della Fondazione “Enzo Tortora”, tanto da parlare di un momento anche peggiore rispetto a 30 anni fa, frutto del mancato rispetto delle regole del sistema da parte del sistema stesso. E quando accade, ha evidenziato, il risultato non può che essere una tragedia che rende debole la giustizia. «Noi vogliamo difenderne la credibilità, non parteggiamo per l’imputato contro l’accusatore – ha spiegato –. Il garante che noi invochiamo è il giudice, che deve essere indifferente alle ipotesi accusatorie e difensive». Da qui l’appello ad unire la forze con la magistratura, quella «che ha a cuore le coordinate fondamentali della Costituzione», dato sul quale misurarsi. Stessi timori condivisi dalla senatrice Emma Bonino, che ha paventato il rischio di un «populismo penale» fatto di più pene, più manette e più carceri. «Questo ci deve portare a reagire – ha concluso –. Dobbiamo aprire una stagione di resistenza».

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mag 19 2018

dopo l’ultima rivelazione 19 05 2018

DOPO L’ULTIMA RIVELAZIONE
del boss mafioso Giuseppe Graviano, all’ergastolo, direttamente a Fiammetta Borsellino, figlia del giudice: “nei primi anni 90 io e mio fratello Filippo (ergastolo anche lui) frequentavamo Berlusconi a Milano”, che deve fare Berlusconi? una sola cosa, presentarsi al procuratore Di Matteo e confessare tutto!

Crema 19 05 2018 www.flaminiocozzaglio.info flcozzaglio@gmail.com

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mag 19 2018

orango no, razzista sì 19 05 2018

ORANGO NO, RAZZISTA SI’
Dal Giornale; Calderoli va a processo per una battuta pesante, ma una battuta e basta; la Kyenge si permette di dire che la Lega è un partito razzista, ma è un regolare diritto di critica; The Guardian, che si definisce “principale voce liberal del mondo”, è stampato ben sopra la Manica, quindi nulla di strano veda un partito popolare come la Lega di “estrema destra”. Infine credo sia vero che la gente è infastidita dalla Kyenge (anch’io), ma non per il colore della sua pelle: provi a parlare di meno e a non fare sempre la vittima, e se il suo cane caga per strada e un vicino stizzito le butta in giardino la cacca che lei non raccoglie, non inventi la scusa di non essersene accorta!
—Cecile Kyenge si dice preoccupata del governo che (forse) verrà, quello tra Movimento Cinque Stelle e Lega. E ad allarmare l’ex ministro per l’Integrazione sono soprattutto i contraenti leghisti del patto. Il motivo? Sempre lo stesso: “Molti membri della Lega – dice la Kyenge – accettano di essere razzisti”.
Non si spegne dunque la polemica che ormai da anni intercorre tra l’eurodeputata del Pd e il Carroccio. Il primo ministro nero del governo italiano – scrive il ‘Guardian’ – è preoccupato del fatto che la Lega, partito di estrema destra, possa entrare a fare parte del governo alla luce anche dei piani di voler costruire nuovi centri di detenzione in tutto il Paese. Preoccupazione che deriva da fatto che, appunto, i leghisti “accettano di essere razzisti”. “E’ molto difficile per me vedere un partito che accetta di essere razzista gestire la legge, che dovrebbe proteggere tutta la comunità”, aggiunge la deputata a Bruxelles. Il quotidiano britannico, nel pezzo dedicato all’ex ministro, non si esime dal ricordare che da tempo l’onorevole vive sotto scorta a causa delle minacce. Odio contro la sua persona che la Kyenge aveva rinvenuto anche nell’ormai famoso caso delle feci di cane rinvenute sul cancello e sulle pareti di casa. “La gente vuole attaccarmi a causa del colore della mia pelle – conclude l’eurodeputata – e molti di questi sono politici ed è molto triste perché i politici dovrebbero dare un esempio”.

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mag 19 2018

sceneggiate napoletane 19 05 2018

SCENEGGIATE NAPOLETANE Dal Giornale; i due vorranno togliere spazio alle proteste contro la Juve! —A scatenare la polemica sono le dichiarazioni del governatore della Campania, a causa di un audio pubblicato in esclusiva dal Mattino in cui si sente De Luca dire che il sindaco di Napoli andrebbe “sequestrato” e che bisognerebbe sputargli in faccia”. “Questo è un mentitore nato – dice riferendosi a De Magistris, ma senza nominarlo – piglia e scarica sulla Regione, ma come cazzo si può immaginare che la Regione debba occuparsi degli Lsu che lavorano al Comune di Napoli? Ma non è possibile. Voi li dovete sequestrare, gli dovete sputare in faccia”………. Dura anche la reazione del sindaco Luigi De Magistris: “Ci troviamo di fronte a una persona che ha una carica di violenza istituzionale pericolosa”, ha detto il primo cittadino di Napoli commentando l’audio attribuito a De Luca. “Ho letto e ascoltato quello che avete letto e ascoltato voi, cosa dovrei commentare? È una persona fuori controllo e quelle dichiarazioni hanno solo una valenza, che è quella giudiziaria”

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mag 19 2018

oggi a iori, domani a te 19 05 2018

OGGI A IORI, DOMANI A TE
In Italia i carcerati sono 60mila, uno ogni mille abitanti: è per questo che gli altri 999 non ci badano, convinti che a loro non toccherà mai. Ho concluso il libretto sul caso Iori, all’ergastolo definitivo con dimostrazioni alla sfera di cristallo et similia, per un omicidio impossibile da commettere a chiunque, con le cause di morte accertate; per un fine: raccontare come sia facile a qualsiasi dei 999 diventare l’uno.
Chi volesse, gratis, il libretto via mail, una settantina di cartelle, mi dia il suo indirizzo; i miei sono flcozzaglio@gmail.com cozzaglio.flaminio@alice.it
339 3599879 0372 431727 ———————————————
Border Nights-You Tube, una piccola emittente toscana, facilmente rintracciabile su internet, riporta la mia intervista del 21 ottobre 2016 sul caso Iori; qualche difetto, all’inizio manca l’audio (!), a volte le voci non sono perfette, ma credo d’esser riuscito a condensare bene ciò che scrivo da anni.

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mag 18 2018

la legge del più forte-ottocentottanta 18 05 2018

LA LEGGE DEL PIU’ FORTE – OTTOCENTOTTANTA Da Valter Vecellio, sul Dubbio; non avessero i giudici esagerato con il carcere preventivo, che la legge rettamente interpretata prevede in pochissime circostanze, il caso Tortora sarebbe diventato la bandiera che è ancora oggi, o rimasto uno dei tanti processi sbagliati? —-Il 18 maggio 1988 Enzo Tortora ci lasciava, stroncato da un tumore, conseguenza – si può fondatamente ritenere – anche del lungo e ingiusto calvario patito. Anni dopo, Carlo Verdelli ( non l’ho mai fatto, me ne dolgo, lo ringrazio ora), su “ Repubblica”, scrive: “ Non fosse stato per i radicali ( da Pannella a Bonino, da Giuseppe Rippa a Valter Vecellio) che lo elessero simbolo della giustizia ingiusta e lo fecero eleggere a Strasburgo. Non fosse stato per Enzo Biagi che a sette giorni da un arresto che, dopo gli stupori, stava conquistando travolgenti favori nell’opinione pubblica, entrò duro sui frettolosi censori della prima ora con un editoriale controcorrente: ‘ E se Tortora fosse innocente? ‘. Non fosse stato per l’amore e la fiducia incrollabile delle figlie e delle compagne ( da Pasqualina a Miranda, prima e seconda moglie, fino a Francesca, la convivente di quell’ultimo periodo). Non fosse stato per i suoi avvocati, Raffaele Della Valle e il professor Alberto Dall’Ora, che si batterono per lui con una vicinanza e un ardore ben al di là del dovere professionale. Non fosse stato per persone come queste, i 1.768 giorni che separano l’inizio del calvario di Enzo Tortora ( 17 giugno 1983, prelevato alle 4 del mattino all’hotel Plaza di Roma) dalla fine della sua esistenza ( 18 maggio 1988, cancro ai polmoni), sarebbero stati di meno, nel senso che avrebbe ceduto prima”. Tortora è arrestato nel cuore della notte e trattenuto nel comando dei carabinieri di via Inselci a Roma, fino a tarda mattinata: lo si fa uscire solo quando si è ben sicuri che televisioni e giornalisti sono accorsi per poterlo mostrare in manette. La prima di una infinita serie di mascalzonate. Con Enzo nasce una solida amicizia; conservo parecchie sue lettere, scritte dal carcere, a rileggerle ancora oggi, trascorsi tanti anni, corre un brivido. 16 settembre 1983: “ Da tempo volevo dirti grazie… Hai “scommesso” su di me, subito: con una purezza e un entusiasmo civile che mi commossero immensamente. Vincerai, naturalmente, la tua “puntata”. Ma a prezzo di mie sofferenze inutili e infinite. Io sono stato il primo a dire che il “caso Tortora è il caso Italia”. Non intendo avere trattamenti di favore, o fruire di scorciatoie non “onorevoli”… Se dal mio male può venire un po’ di bene per la muta, dolente popolazione dei 40mila sepolti vivi nei lager della democrazia, e va bene, mi consolerà questo”. 2 maggio 1984: “… Che si faccia strame della libertà di un uomo, della sua salute, della sua vita, come può esser sentito come offesa alla libertà, alla vita, alla salute di tutti in un Paese che non ha assolutamente il senso sacro, della propria dignità e delle libertà civili? Non è vero che l’Italia “ha abolito la pena di morte”. Abbiamo un boja in esercizio quotidiano, atroce, instancabile. Ma non vogliamo vederlo. La sua scure si abbatte, ogni minuto, sul corpo di uomini e di donne, e li squarta vivi, in “attesa” di un giudizio che non arriva mai. L’uomo qui è niente, ricordatevelo. L’uomo qui può, anzi deve attendere. L’uomo qui è una “pratica” che va “evasa” con i tempi, ignobili, della crudeltà nazionale…”. 15 luglio 1985: “… In questa gara, tra chi pianta più in fretta i chiodi, come al luna park dell’obbrobrio giudiziario, e i pochi che si ribellano, sta tutta la mostruosa partita. Vedere a che lurido livello s’è ridotta la dignità di questo Paese è cosa che mi annienta più d’ogni altra. So che sei coi pochi. Da sempre. Te ne ringrazio, fraternamente”. 7 ottobre 1985: “… Sono stato condannato e processato dalla N. G. O., Nuova Giustizia Organizzata. Io spero che questa fogna, che ormai nessun tombino può contenere, trabocchi e travolga chi lo merita…”. 2 aprile 1986: “… Diffamatori è poco: sapevano quel che facevano. Ma per pura voluttà scandalistica, per pura, stolida ferocia, qui si getta fango sino all’estremo. Ho paura di questi cannibali. Ho soprattutto vergogna di essere italiano…”. 17 agosto 1987: “… Siamo molti… ma troppo pochi per spezzare la crosta di ottusa indifferenza che copre e fascia la rendita di alcuni farabutti mascherati da Magistrati. Tanto più importante e notevole il vostro impegno. Tenteremo, sul caso Melluso, quel che si potrà. Ho inviato al ministro Vassalli l’incredibile servizio, gli ho anche detto che i responsabili hanno nome e cognome: Felice Di Persia, Lucio Di Pietro, Giorgio Fontana, Achille Farina, Carlo Spirito… Sono ancora lì, al loro posto… Staremo a vedere…”. Manca, tuttavia, a distanza di tanti anni da quei fatti, la risposta alla quinta delle classiche domande anglosassoni che dovrebbero essere alla base di un articolo: “Perché? ”. “Cinico mercante di morte”, lo definisce il Pubblico Ministero Diego Marmo; e aggiunge: “Più cercavamo le prove della sua innocenza, più emergevano elementi di colpevolezza”. Le “prove” erano la parola di Giovanni Pandico, un camorrista schizofrenico, sedicente braccio destro di Cutolo: lo ascoltano diciotto volte, solo al quinto interrogatorio si ricorda che Tortora è un camorrista. Pasquale Barra detto ‘ o nimale: in carcere uccide il gangster Francis Turatello e ne mangia l’intestino… Con le loro dichiarazioni, Pandico e Barra danno il via a una valanga di altre accuse da parte di altri quindici sedicenti “pentiti”: curiosamente, si ricorda-no di Tortora solo dopo che la notizia del suo arresto è diffusa da televisioni e giornali. Come un documento di straordinaria e inquietante efficacia, l’intervista fatta per il “TG2” con Silvia, la figlia di Enzo. Quando suo padre fu arrestato, oltre alle dichiarazioni di Pandico e Barra cosa c’era? “Nulla”. Suo padre è mai stato pedinato, per accertare se davvero era uno spacciatore, un camorrista? “No, mai”. Intercettazioni telefoniche? “Nessuna”. Ispezioni patrimoniali, bancarie? “Nessuna”. Si è mai verificato a chi appartenevano i numeri di telefono trovati su agende di camorristi e si diceva fossero di suo padre? “Lo ha fatto, dopo anni, la difesa di mio padre. E’ risultato che erano di altri”. Suo padre è stato definito cinico mercante di morte. Su che prove? “Nessuna”. Suo padre è stato accusato di essersi appropriato di fondi destinati ai terremotati dell’Irpinia. Su che prove? Nessuna. Chi lo ha scritto è stato poi condannato”. Qualcuno le ha mai chiesto scusa per quello che è accaduto? “No”. -Candidato al Parlamento Europeo nelle liste radicali, eletto, chiede sia concessa l’autorizzazione a procedere, che invece all’unanimità viene negata. A questo punto, Tortora si dimette e si consegna all’autorità, finendo agli arresti domiciliari. Diventa presidente del Partito Radicale e i temi della giustizia e del carcere diventano la “sua” ossessione. Ora tutti lo evocano, quando ci si vuole accreditare come perseguitati della giustizia. La cosa che si fa, si è fatta, viene fatta, è occultare con cura il Tortora politico, che si impegna a fianco di Marco Pannella e dei radicali per la giustizia giusta. Che il suo arresto costituisca per la magistratura e il giornalismo italiano una delle pagine più nere e vergognose della loro storia, è cosa ormai assodata. Nessuno dei “pentiti” che lo ha accusato è stato chiamato a rispondere delle sue calunnie. I magistrati dell’inchiesta hanno tutti fatto carriera. Solo tre o quattro giornalisti hanno chiesto scusa per le infamanti cronache scritte e pubblicate. Stroncato dal tumore, Enzo ha voluto essere sepolto con una copia della “Storia della colonna infame”, di Alessandro Manzoni. Sulla tomba un’epigrafe, dettata da Leonardo Sciascia: “Che non sia un’illusione”.

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mag 18 2018

il discorso dalla montagna 18 05 2018

IL DISCORSO DALLA MONTAGNA
Donatello Sandroni, esperto in conto Libera, alla Provincia fin che c’è del 6 maggio: “poi, per quanto riguarda il glifosato, una serie di istituti di ricerca, tra cui l’Efsa, che operano su rischi reali e non puramente teorici, ha smentito la potenziale cancerogenità del glifosato”
Fatti di pianura, dal Punto Coldiretti:
“Sono risultate praticamente azzerate le importazioni di grano duro dal Canada nel gennaio 2018 dopo che nel 2017 erano già crollate del 29%. Il drastico cambiamento è stato determinato dal fatto che in Canada il grano duro viene trattato con l’erbicida glifosato in preraccolta, secondo modalità vietate in Italia, come denunciato più volte dalla Coldiretti. Il crollo dell’import è una risposta alla domanda dei consumatori che chiedono in misura crescente la garanzia di italianità della pasta acquistata eccetera”
Crema 18 05 2018 www.flaminiocozzaglio.info flcozzaglio@gmail.com

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mag 18 2018

vent’anni dopo 18 05 2018

Published by under barzellette,cronaca nazionale

VENT’ANNI DOPO
Secondo la Stampa né Salvini né Di Maio saranno premier: i partiti cercano un grillino, ma “di alto profilo”.

Crema 18 05 2018 www.flaminiocozzaglio.info flcozzaglio@gmail.com

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mag 18 2018

oggi a iori, domani a te 18 05 2018

OGGI A IORI, DOMANI A TE
In Italia i carcerati sono 60mila, uno ogni mille abitanti: è per questo che gli altri 999 non ci badano, convinti che a loro non toccherà mai. Ho concluso il libretto sul caso Iori, all’ergastolo definitivo con dimostrazioni alla sfera di cristallo et similia, per un omicidio impossibile da commettere a chiunque, con le cause di morte accertate; per un fine: raccontare come sia facile a qualsiasi dei 999 diventare l’uno.
Chi volesse, gratis, il libretto via mail, una settantina di cartelle, mi dia il suo indirizzo; i miei sono flcozzaglio@gmail.com cozzaglio.flaminio@alice.it
339 3599879 0372 431727 ———————————————
Border Nights-You Tube, una piccola emittente toscana, facilmente rintracciabile su internet, riporta la mia intervista del 21 ottobre 2016 sul caso Iori; qualche difetto, all’inizio manca l’audio (!), a volte le voci non sono perfette, ma credo d’esser riuscito a condensare bene ciò che scrivo da anni.

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mag 17 2018

la legge del più forte-ottocentosettantanove 17 05 2018

LA LEGGE DEL PIU’ FORTE – OTTOCENTOSETTANTANOVE Fin che protestano i giudici, capisco, che sian gli avvocati, neanche un po’: il processo mediatico mette tutto e anche più, in piazza, ma nella maggior parte dei casi a disdoro dei giudici; i processi Iori, che definisco l’abecedario del non senso, resi pubblici come i processi alla moda tipo Stasi, Perugia eccetera, avrebbero reso note le tante sfere di cristallo, certo non creazione degli avvocati; il Dna che si sposta, lo Xanax che si trasforma da pastiglie in gocce, e tanto altro che ha portato all’ergastolo definitivo Maurizio Iori, li inventarono i giudici…..
—Lo hanno denunciato più volte i penalisti italiani, lo hanno ripetuto con forza giuristi, intellettuali e giornalisti e lo ha detto più volte con parole inequivoche da presidente di ANM Eugenio Albamonte, lo ha ribadito il Vicepresidente del CSM Giovanni Legnini e lo ha ribadito da tempo l’Europa: il processo mediatico va condannato. È una umiliante caricatura del processo penale, una pratica giornalistica distorta che mortifica l’informazione e che offende il pubblico, e che solo un clamoroso equivoco tiene in vita. Proprio perché i temi del processo e della giustizia penale sono connessi ai valori della dignità dell’uomo, alla pratica seria e condivisa delle garanzie e delle libertà di ogni cittadino, l’informazione giudiziaria risulta strettamente connessa con la pratica della democrazia. Ed è per questo che mortificare l’informazione giudiziaria significa mortificare la democrazia. Se è vero che la cronaca giudiziaria, il giornalismo d’inchiesta ed in genere l’informazione sui fatti della giustizia costituiscono una forma indispensabile ed indeclinabile di esercizio delle libertà costituzionali e di controllo democratico, dell’agire della magistratura, il processo mediatico non ha nulla a che vedere con tali valori. Non ha infatti nulla a che vedere con l’informazione e con la democrazia la creazione di questi teatrini mediatici, di questi spazi virtuali e paralleli all’interno dei quali si celebrano procedimenti sommari, si formulano valutazioni tecniche all’impronta, pareri superficiali destinati a sollecitare risposte emotive, si violano la riservatezza e il dolore di vittime e di accusati, si affastellano ricostruzioni fantasiose ed arbitrarie, testimonianze incontrollate ed incontrollabili. Tutto questo prima che i processi veri siano celebrati e definiti ed a volta ancor prima che quei processi abbiano inizio. Si creano improprie aspettative di giustizia, si inoculano nel pubblico sentimenti di rancore e di vendetta, si prospetta una idea di giustizia fai-da-te gestita senza regole e senza limiti, che si sostituisce alle procure e ai tribunali e che finisce con il delegittimare gli attori reali del processo, che insegna a sospettare delle regole e dei limiti della giurisdizione ed a sentire come ostile alla giustizia tutto ciò che invece ne costituisce fondamentale garanzia. Ed è in questa sinistra luce di giustizialismo travestito da unico strumento di verità, di moralità e di virtù, che si fa strada un pericoloso sentimento che accomuna presunti autori dei reati ai loro difensori e si coltivano sempre più incontrollati moti di ostilità nei confronti degli Avvocati che svolgono nei processi la loro indispensabile funzione. Senza voler porre in essere arbitrarie generalizzazioni, non vi è dubbio che i fatti denunciati dagli Avvocati difensori del Foro di Civitavecchia, impegnati in un delicato processo che si sta concludendo davanti alla Corte di Assise di Roma, insultati e minacciati solo per aver svolto il loro compito difensivo, costituiscono l’esito complessivo di una cultura deformata. Può darsi che fra quei fatti, e la attenzione pervicace dedicata a quel processo da alcune trasmissioni più o meno specializzate nel settore, non vi sia un nesso diretto di causa ed effetto. Sebbene le minacce di cui sono stati destinatari i nostri colleghi sono solo le ultime di una lunga serie di fatti analoghi, tutti connessi alla enfatizzazione mediatica dei casi dei quali si occupavano, non vi è alcun bisogno di porre relazioni di tal genere, dovendosi piuttosto condannare in maniera inequivoca e con forza, tanto quelle minacce quanto quel modo di occuparsi della giustizia, come prodotti di una medesima pericolosa incultura. Ma questa condanna non può essere disgiunta dall’idea che sia possibile e necessario darsi nuove regole condivise che ci sottraggano tutti all’idea della inevitabilità di questa barbara deriva, e che ripristino, finché si è in tempo, non solo la dignità del processo, ma anche il rispetto del ruolo di ciascuno.
Roma, 14 aprile 2018 La Giunta dell’Unione camere penali italiane

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