Archive for the 'costume' Category

mag 18 2018

champions, amore mio….. 18 05 2018

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CHAMPIONS, AMORE MIO…..
Povero Buffon, dopo 17 anni di Juve trasferirsi al Paris Saint Germain nella speranza di abbracciarne una….

Crema 18 05 2018 www.flaminiocozzaglio.info flcozzaglio@gmail.com

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mag 18 2018

lega d’italia 18 05 2018

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LEGA D’ITALIA
Da Repubblica; noi di Forza Italia siamo testoni: basterebbe copiare la Lega, fuori i nobili, avanti chi lavora!
—I numeri arrivano da un sondaggio svolto da Swg tra il 9 e il 13 maggio. “A quale partito darebbe il suo voto?”, la domanda. La risposta: il 32,1% sceglie il Movimento Cinque Stelle, il 25,5% la Lega, il 19% il Partito democratico. Giù dal podio: Forza Italia, il cui crollo è ormai certificato, scende sotto la soglia del 10% (9,8) mentre Fratelli d’Italia si attesta al 3,8%. Sul versante sinistra-centrosinistra c’è solo immobilità: analisi del voto, convention e convegni non bastano ancora. Leu è al 2,8%, +Europa all’1,8%, Potere al Popolo all’1,6%.

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mag 18 2018

oggi a iori, domani a te 18 05 2018

OGGI A IORI, DOMANI A TE
In Italia i carcerati sono 60mila, uno ogni mille abitanti: è per questo che gli altri 999 non ci badano, convinti che a loro non toccherà mai. Ho concluso il libretto sul caso Iori, all’ergastolo definitivo con dimostrazioni alla sfera di cristallo et similia, per un omicidio impossibile da commettere a chiunque, con le cause di morte accertate; per un fine: raccontare come sia facile a qualsiasi dei 999 diventare l’uno.
Chi volesse, gratis, il libretto via mail, una settantina di cartelle, mi dia il suo indirizzo; i miei sono flcozzaglio@gmail.com cozzaglio.flaminio@alice.it
339 3599879 0372 431727 ———————————————
Border Nights-You Tube, una piccola emittente toscana, facilmente rintracciabile su internet, riporta la mia intervista del 21 ottobre 2016 sul caso Iori; qualche difetto, all’inizio manca l’audio (!), a volte le voci non sono perfette, ma credo d’esser riuscito a condensare bene ciò che scrivo da anni.

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mag 17 2018

la legge del più forte-ottocentosettantanove 17 05 2018

LA LEGGE DEL PIU’ FORTE – OTTOCENTOSETTANTANOVE Fin che protestano i giudici, capisco, che sian gli avvocati, neanche un po’: il processo mediatico mette tutto e anche più, in piazza, ma nella maggior parte dei casi a disdoro dei giudici; i processi Iori, che definisco l’abecedario del non senso, resi pubblici come i processi alla moda tipo Stasi, Perugia eccetera, avrebbero reso note le tante sfere di cristallo, certo non creazione degli avvocati; il Dna che si sposta, lo Xanax che si trasforma da pastiglie in gocce, e tanto altro che ha portato all’ergastolo definitivo Maurizio Iori, li inventarono i giudici…..
—Lo hanno denunciato più volte i penalisti italiani, lo hanno ripetuto con forza giuristi, intellettuali e giornalisti e lo ha detto più volte con parole inequivoche da presidente di ANM Eugenio Albamonte, lo ha ribadito il Vicepresidente del CSM Giovanni Legnini e lo ha ribadito da tempo l’Europa: il processo mediatico va condannato. È una umiliante caricatura del processo penale, una pratica giornalistica distorta che mortifica l’informazione e che offende il pubblico, e che solo un clamoroso equivoco tiene in vita. Proprio perché i temi del processo e della giustizia penale sono connessi ai valori della dignità dell’uomo, alla pratica seria e condivisa delle garanzie e delle libertà di ogni cittadino, l’informazione giudiziaria risulta strettamente connessa con la pratica della democrazia. Ed è per questo che mortificare l’informazione giudiziaria significa mortificare la democrazia. Se è vero che la cronaca giudiziaria, il giornalismo d’inchiesta ed in genere l’informazione sui fatti della giustizia costituiscono una forma indispensabile ed indeclinabile di esercizio delle libertà costituzionali e di controllo democratico, dell’agire della magistratura, il processo mediatico non ha nulla a che vedere con tali valori. Non ha infatti nulla a che vedere con l’informazione e con la democrazia la creazione di questi teatrini mediatici, di questi spazi virtuali e paralleli all’interno dei quali si celebrano procedimenti sommari, si formulano valutazioni tecniche all’impronta, pareri superficiali destinati a sollecitare risposte emotive, si violano la riservatezza e il dolore di vittime e di accusati, si affastellano ricostruzioni fantasiose ed arbitrarie, testimonianze incontrollate ed incontrollabili. Tutto questo prima che i processi veri siano celebrati e definiti ed a volta ancor prima che quei processi abbiano inizio. Si creano improprie aspettative di giustizia, si inoculano nel pubblico sentimenti di rancore e di vendetta, si prospetta una idea di giustizia fai-da-te gestita senza regole e senza limiti, che si sostituisce alle procure e ai tribunali e che finisce con il delegittimare gli attori reali del processo, che insegna a sospettare delle regole e dei limiti della giurisdizione ed a sentire come ostile alla giustizia tutto ciò che invece ne costituisce fondamentale garanzia. Ed è in questa sinistra luce di giustizialismo travestito da unico strumento di verità, di moralità e di virtù, che si fa strada un pericoloso sentimento che accomuna presunti autori dei reati ai loro difensori e si coltivano sempre più incontrollati moti di ostilità nei confronti degli Avvocati che svolgono nei processi la loro indispensabile funzione. Senza voler porre in essere arbitrarie generalizzazioni, non vi è dubbio che i fatti denunciati dagli Avvocati difensori del Foro di Civitavecchia, impegnati in un delicato processo che si sta concludendo davanti alla Corte di Assise di Roma, insultati e minacciati solo per aver svolto il loro compito difensivo, costituiscono l’esito complessivo di una cultura deformata. Può darsi che fra quei fatti, e la attenzione pervicace dedicata a quel processo da alcune trasmissioni più o meno specializzate nel settore, non vi sia un nesso diretto di causa ed effetto. Sebbene le minacce di cui sono stati destinatari i nostri colleghi sono solo le ultime di una lunga serie di fatti analoghi, tutti connessi alla enfatizzazione mediatica dei casi dei quali si occupavano, non vi è alcun bisogno di porre relazioni di tal genere, dovendosi piuttosto condannare in maniera inequivoca e con forza, tanto quelle minacce quanto quel modo di occuparsi della giustizia, come prodotti di una medesima pericolosa incultura. Ma questa condanna non può essere disgiunta dall’idea che sia possibile e necessario darsi nuove regole condivise che ci sottraggano tutti all’idea della inevitabilità di questa barbara deriva, e che ripristino, finché si è in tempo, non solo la dignità del processo, ma anche il rispetto del ruolo di ciascuno.
Roma, 14 aprile 2018 La Giunta dell’Unione camere penali italiane

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mag 17 2018

la quintessenza della cremonesità-cinquecentosettantanove 17 05 2018

LA QUINTESSENZA DELLA CREMONESITA’ – CINQUECENTOsettantanove
Domani finalmente si sceglie, ma sembra che addirittura in Libera non se la sentano più di appoggiare Crotti nella sfida per la presidenza della Fiera; e certo non han contribuito le due lettere a favore apparse stamattina sulla Provincia fin che c’è.
Federico Lena si mette di traverso al suo partito, la Lega, che aveva depositato un’interrogazione in Comune, con un argomento incredibile per uno che ha sempre fatto il dirigente d’azienda; tanto incredibile da sospettare che un furbazzo abbia usato il suo nome: l’avvocato Zanchi non deve fare il presidente della Fiera perché avvocato……… ma giudichi il lettore:
–Nella mia esperienza amministrativa in Comune a Soresina ricordo che nominammo un avvocato come presidente della municipalizzata locale. Prima della nomina il suddetto si fece autorizzare dall’Ordine degli avvocati. Perché? Perché un avvocato non può permettersi di presiedere una società che ipoteticamente può fallire. Al tempo ottenne facilmente l’autorizzazione perché la società era pubblica, perciò impossibilitata al fallimento–
Impossibilitata al fallimento è tutto da vedere, per gli inesperti basta una rapida scorsa su internet, l’Italia è piena di società presiedute da avvocati, senza autorizzazioni di sorta, anche qui: profittare di internet, e il sé dicente Lena non fa fare una bella figura al Comune di Soresina, che nominerebbe senza sapere!
–Difficile credere, dal punto di vista deontologico, che un professionista voglia mettere a repentaglio la propria carriera per questo incarico prestigioso ma rischioso–
Ma come, il sé dicente Lena appartiene alla schiera di quelli che vantano la solidità della nostra Fiera, perché fin qui ben amministrata e adesso la Fiera diventa un rischio? Rischio che l’avvocato Zanchi avrà pur valutato, prima di accettare l’incarico.
E adesso la chiusa fantastica: stiano attenti i nemici della Libera prima di……
–L’invito pertanto agli enti e rappresentanti deputati alla suddetta elezione è di ben considerare, nell’interesse del futuro della Fiera, un percorso di verifica di legittimità–
Neanche tanto nascosto l’avviso: occhio a non votare Zanchi, potreste esser chiamati a risponderne!!
Se è un sé dicente, passi, però la Provincia fin che c’è poteva sincerarsi fosse davvero Federico Lena; ma se è davvero Federico Lena, cosa aspetta la Lega a prendere atto della lettera e trarne le dovute conseguenze?
L’altra lettera, firmata da Apindustria Cna Confartigianato Cremona, Confcommercio Crema, non è altrettanto divertente; ripete i soliti temi, non potendo il sospirato: viva Pivantonio! si rifugia nel: sia presidente Crotti! Perché la Fiera di Cremona è tra le poche che si salvano, interessa molti imprenditori abituati a trattare ben altro, eccetera…….
Capitan Voltini? ha solo il 20% dei voti.

Crema 17 05 2018 www.flaminiocozzaglio.info flcozzaglio@gmail.com

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mag 17 2018

ottantesimo compleanno 17 05 2018

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OTTANTESIMO COMPLEANNO
“Il mio è stato un giornalismo controcorrente, con metodi nuovi, e non smentibile. Sembra superbia, in realtà il segreto è che ho raccontato il mondo con le voci dei protagonisti”.
E’ Gianni Minà a Repubblica; tutto vero, compresa la voce di Fidel Castro, rimasta nella storia del giornalismo come: “Intervista in ginocchio”

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mag 17 2018

diritti a senso unico 17 05 2018

DIRITTI A SENSO UNICO Ai “davvero c’è ancora” del compagno Piloni credo siamo in tanti a rispondere: sì, sì, sì, sì, e senza purtroppo; l’Italia ha compiuto grandi passi avanti in materia di diritti, per chi è in grado di lottare per ottenerli; e il diritto di conoscere la propria madre, naturalmente, non è un diritto, è una forma di egoismo; da www.cremaoggi.it —Davvero c’è ancora chi pensa che genitori omosessuali siano un danno per i figli? Davvero c’è ancora chi pensa che ci siano figli, bambini o genitori di serie A e di serie B? Purtroppo si, ed è anche per questo che scelte come quella dei Sindaci di Torino, Romano, Gabicce e Crema sono importanti. In questi anni l’Italia ha compiuto grandi passi in avanti in materia di diritti.
Crema 17 05 2018 www.flaminiocozzaglio.info flcozzaglio@gmail.com

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mag 17 2018

il sopralluogo 17 05 2018

IL SOPRALLUOGO
Il semaforo continua a diventare rosso, anche senza motivo, restando tale per tempi piuttosto lunghi, con un verde che invece al contrario dura molto poco. Un problema tecnico su cui, come rassicura l’assessore Alessia Manfredini, i tecnici di Citelum sono già al lavoro: un sopralluogo è stato infatti effettuato proprio in mattinata, alla presenza dello stesso assessore, nonché del comandante della Polizia Locale, Pierluigi Sforza e del vice Roberto Ferrari. Eccetera—
Una volta, senza scomodare l’assessore, telefonavi a Aem e, lampione o semaforo che fosse, il tecnico lo riparava in giornata; adesso, ci dice www.cremonaoggi.it, con Citelum, è una rincorsa al guasto delle luci di Cremona, che, dopo i sopralluoghi indispensabili, vengono riparate sotto gli occhi dello stato maggiore del Comune.

Crema 17 05 2018 www.flaminiocozzaglio.info flcozzaglio@gmail.com

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mag 17 2018

oggi a iori, domani a te 17 5 2018

OGGI A IORI, DOMANI A TE
In Italia i carcerati sono 60mila, uno ogni mille abitanti: è per questo che gli altri 999 non ci badano, convinti che a loro non toccherà mai. Ho concluso il libretto sul caso Iori, all’ergastolo definitivo con dimostrazioni alla sfera di cristallo et similia, per un omicidio impossibile da commettere a chiunque, con le cause di morte accertate; per un fine: raccontare come sia facile a qualsiasi dei 999 diventare l’uno.
Chi volesse, gratis, il libretto via mail, una settantina di cartelle, mi dia il suo indirizzo; i miei sono flcozzaglio@gmail.com cozzaglio.flaminio@alice.it
339 3599879 0372 431727 ———————————————
Border Nights-You Tube, una piccola emittente toscana, facilmente rintracciabile su internet, riporta la mia intervista del 21 ottobre 2016 sul caso Iori; qualche difetto, all’inizio manca l’audio (!), a volte le voci non sono perfette, ma credo d’esser riuscito a condensare bene ciò che scrivo da anni.

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mag 16 2018

la legge del più forte-ottocentosettantotto 16 05 2018

LA LEGGE DEL PIU’ FORTE – OTTOCENTOSETTANTOTTO Dal sito dell’Unione camere penali italiane un articolo del 17 12 2015 su un tema continuamente dibattuto: il processo mediatico. Resto esterrefatto e dal giudizio e dalle proposte; il giudice si fa influenzare dal giornalista? Dio sa dalla moglie; impedire al giornalista di dare il suo parere? Ma il processo penale è pubblico, prima si modifichi la legge, che provveda a farlo celebrare in Camera di Consiglio. Magari tutti i processi fossero discussi come Amanda e Sollecito, sparirebbero i processi alla Iori, conditi di sfere di cristallo d’ogni tipo! —-”La giustizia mediatica ha assunto dimensioni e incisività tali da offrire uno scenario processuale alternativo a quello legale, capace di radicarsi profondamente nell’immaginario collettivo.” Nel suo inedito editoriale il Prof. Amodio interviene sulla degenerazione della giustizia mediatica analizzandone le cause e la necessità di porre limiti alla invadenza del giornalismo giudiziario.
La retorica colpevolista della giustizia mediatica
L’onda impetuosa dei media si abbatte sul processo penale e ne deforma lo scenario fino a renderlo irriconoscibile persino a chi, come difensore, ha vissuto in prima persona le vicende giudiziarie che la stampa e la televisione scelgono di raccontare.
E’ un fenomeno ben noto e da anni sottoposto al filtro di un dibattito tanto serrato, quanto improduttivo. Per di più negli ultimi tempi sta crescendo attorno alle distorsioni della giustizia mediatica una barriera protettiva che talvolta lascia il posto ad una sorta di filosofia della rassegnazione, quasi che si avesse a che fare con calamità naturali, al pari delle periodiche alluvioni generatrici di smottamenti di terreno fangoso.
Tra i paladini della intangibilità della cronaca giudiziaria, c’è una parte del ceto politico che denuncia come intollerabile bavaglio qualsiasi proposta di arginare l’invadenza dei media. E nel partito dei rassegnati bisogna registrare quei giuristi che, pur riconoscendo gli effetti devastanti dell’informazione giudiziaria, alzano le braccia al cielo e auspicano un’autodisciplina dei giornalisti, ritenendo inconcepibile qualsiasi divieto. Infine, c’è una giurisprudenza a dir poco paradossale che fissa una regola azzeratrice di ogni possibile reazione di fronte alle deformazioni del giornalismo giudiziario perché esse sarebbero prive di qualsiasi impatto negativo sulle garanzie processuali.
Siamo quindi di fronte ad un ventaglio di veti, rinunce e miopie che culminano nella negazione della patologia: i media alterano, stravolgono, sfigurano l’estetica della giustizia penale, ma non fanno male. Lo ha detto di recente una sentenza della Corte di Cassazione in tema di rimessione del procedimento affermando che «le campagne stampa quantunque astiose, accese e martellanti o le pressioni dell’opinione pubblica non sono di per sé idonee a condizionare il giudice, abituato ad essere oggetto di attenzione e critica senza che sia menomata la sua indipendenza» (Cass. Sez. V, 12.5.2015, Fiesoli). E’ lo stereotipo del giudice con la corazza, insensibile ad ogni perturbazione esterna perché protetto dalla sua olimpica saggezza.
Ma non basta. La stessa sentenza continua sostenendo che «anche il debordare della cosiddetta giustizia spettacolo, il vedere pagine di giornali o intere puntate di talk show occupate da vicende giudiziarie ancora in corso in cui si sviscerano tesi su tesi, talvolta fantasiose spesso l’una contraria all’altra, ha finito per diventare un fenomeno talmente normale che nessuno ci fa più caso». Qui c’è la sterilizzazione dell’inquinamento da overdose di informazione giudiziaria anche con riguardo all’opinione pubblica, che si immagina rinchiusa nel bozzolo di una assoluta imperturbabilità.
Il nostro paese sarebbe dunque sul piano mediatico l’isola dell’ingiusto processo. Per tutto il resto dell’Europa valgono le regole messe a punto dalla Corte di Strasburgo secondo cui l’imparzialità dei tribunali garantita dall’art. 6 CEDU non consente ai giornalisti di formulare «dichiarazioni che risulterebbero idonee, intenzionalmente o no, a ridurre le chances per una persona di beneficiare di un processo equo» (sentenza Worm c. Austria, 29 agosto 1997) e tali da scalzare la fiducia dei cittadini nella amministrazione della giustizia.
A configurare la violazione del diritto al fair trial basta il pericolo concreto di una lesione della imparzialità del giudice (Dupuis c. Francia, 7 giugno 2007, § 44). In Inghilterra, poi, è prevalente il modello della presunzione di offensività conseguente al solo fatto della pubblicazione di notizie rilevanti per il processo penale, in base alla disciplina del contempt of court, mentre nella common law statunitense si ritiene necessario l’accertamento in concreto dell’effetto lesivo delle notizie divulgate, anche se è ancora vivo l’insegnamento del giudice Brennan secondo cui «non si può seriamente dubitare che l’incontrollata pregiudizievole pubblicità prima del dibattimento possa distruggere la fairness di un processo penale» (Nebraska Press Association v. Stuart, 1976).
Si può davvero pensare, dunque, che solo in Italia il giudice sia insensibile alla stampa colpevolista e il pubblico legga i giornali e guardi la tv con l’animo distaccato di chi finisce per sonnecchiare davanti allo spettacolo della marcia vittoriosa dei pubblici ministeri verso la sconfitta del crimine?
E’ proprio vero invece che nel nostro paese la giustizia mediatica ha assunto dimensioni e incisività tali da offrire uno scenario processuale alternativo a quello legale, capace di radicarsi profondamente nell’immaginario collettivo. Basta pensare alla crescita esponenziale dell’agire comunicativo, ormai affrancato dai canoni della oggettività in una sequenza evolutiva impressionante: dalla cronaca al commento; dal commento alle ricostruzioni; dalle ricostruzioni alle inchieste parallele che si sovrappongono alle indagini della magistratura e nelle quali prevale lo spettacolo in ossequio alla tirannia dell’audience.
Ormai con la sua invadenza il giornalismo giudiziario ruba la scena alla giustizia in toga. E impone il suo «statuto» che ribalta i principi su cui si regge il giusto processo. Anzitutto mediante la delocalizzazione, che privilegia le investigazioni rispetto al dibattimento, una fase troppo piena di oscillazioni causate dalla dialettica tra accusa e difesa per essere rappresentata come monolite colpevolista. La giustizia mediatica si nutre così di approssimazioni conoscitive e le trasforma in verità consacrate istillando nell’opinione pubblica l’idea della certezza a proposito di risultati che sono invece provvisori e non spendibili nel giudizio. In questo modo trionfa la retorica della colpevolezza che si alimenta della farina tratta dal sacco del pubblico ministero, nella ricerca di una perentorietà espressiva sulle acquisizioni delle indagini volta a placare l’ansia collettiva generata dall’allarme per i fatti criminosi.
Deviazione del campo visivo e artificiosa rappresentazione di congetture elevate a verità sono i due pilastri su cui è edificata la presunzione di colpevolezza nella giustizia mediatica. Mentre la magistratura indaga e affronta con paziente analisi la lettura del quadro indiziario, la stampa lancia i suoi titoli in cui l’inquisito è «inchiodato» dal video di un anonimo furgone che attraversa un incrocio, dai monosillabi captati in una intercettazione telefonica ovvero dalle risultanze di uno screening di massa del DNA. Come si può negare l’impatto del convincimento mediatico colpevolista? Ne ha riconosciuto la portata deviante persino la stessa Cassazione nella sentenza sul processo di Perugia quando ha affermato, annullando la condanna di Amanda Knox e Raffaele Sollecito, che proprio la pressione mediatica aveva indotto gli inquirenti ad imboccare scorciatoie per consegnare al luccichio dello schermo televisivo l’immagine dei due ragazzi colpevoli.
E’ dunque ormai tempo di mettere mano ad una politica dei limiti e dei divieti nei confronti dei media. Lo sappiamo tutti che ai pubblici ministeri fa comodo giovarsi della cronaca colpevolista, ma i togati della giudicante non sono sulla stessa lunghezza d’onda. Essi avvertono il fastidio e il disagio di veder offuscato il loro ruolo quando la televisione investe di funzioni oracolari il conduttore del talk show che pronuncia la sentenza di condanna in nome del popolo dei telespettatori.
Cominciamo a chiudere le porte di quei salotti televisivi in cui sedicenti esperti ovvero familiari delle vittime, animati da comprensibile revanche punitiva, si esibiscono in un coro colpevolista contro indagati in processi pendenti. Poi si potrà pensare a misure appropriate a ricondurre il giornalismo giudiziario al pieno esercizio del suo potere di esercitare una penetrante attenzione critica sulle modalità di funzionamento della giustizia penale con un equilibrio che impedisca alla libertà di stampa di trasformarsi nella pietra tombale della presunzione di innocenza.

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