mag 17 2018

la legge del più forte-ottocentosettantanove 17 05 2018

Published by at 7:37 pm under costume,cronaca cremonese,cronaca nazionale,Giudici

LA LEGGE DEL PIU’ FORTE – OTTOCENTOSETTANTANOVE Fin che protestano i giudici, capisco, che sian gli avvocati, neanche un po’: il processo mediatico mette tutto e anche più, in piazza, ma nella maggior parte dei casi a disdoro dei giudici; i processi Iori, che definisco l’abecedario del non senso, resi pubblici come i processi alla moda tipo Stasi, Perugia eccetera, avrebbero reso note le tante sfere di cristallo, certo non creazione degli avvocati; il Dna che si sposta, lo Xanax che si trasforma da pastiglie in gocce, e tanto altro che ha portato all’ergastolo definitivo Maurizio Iori, li inventarono i giudici…..
—Lo hanno denunciato più volte i penalisti italiani, lo hanno ripetuto con forza giuristi, intellettuali e giornalisti e lo ha detto più volte con parole inequivoche da presidente di ANM Eugenio Albamonte, lo ha ribadito il Vicepresidente del CSM Giovanni Legnini e lo ha ribadito da tempo l’Europa: il processo mediatico va condannato. È una umiliante caricatura del processo penale, una pratica giornalistica distorta che mortifica l’informazione e che offende il pubblico, e che solo un clamoroso equivoco tiene in vita. Proprio perché i temi del processo e della giustizia penale sono connessi ai valori della dignità dell’uomo, alla pratica seria e condivisa delle garanzie e delle libertà di ogni cittadino, l’informazione giudiziaria risulta strettamente connessa con la pratica della democrazia. Ed è per questo che mortificare l’informazione giudiziaria significa mortificare la democrazia. Se è vero che la cronaca giudiziaria, il giornalismo d’inchiesta ed in genere l’informazione sui fatti della giustizia costituiscono una forma indispensabile ed indeclinabile di esercizio delle libertà costituzionali e di controllo democratico, dell’agire della magistratura, il processo mediatico non ha nulla a che vedere con tali valori. Non ha infatti nulla a che vedere con l’informazione e con la democrazia la creazione di questi teatrini mediatici, di questi spazi virtuali e paralleli all’interno dei quali si celebrano procedimenti sommari, si formulano valutazioni tecniche all’impronta, pareri superficiali destinati a sollecitare risposte emotive, si violano la riservatezza e il dolore di vittime e di accusati, si affastellano ricostruzioni fantasiose ed arbitrarie, testimonianze incontrollate ed incontrollabili. Tutto questo prima che i processi veri siano celebrati e definiti ed a volta ancor prima che quei processi abbiano inizio. Si creano improprie aspettative di giustizia, si inoculano nel pubblico sentimenti di rancore e di vendetta, si prospetta una idea di giustizia fai-da-te gestita senza regole e senza limiti, che si sostituisce alle procure e ai tribunali e che finisce con il delegittimare gli attori reali del processo, che insegna a sospettare delle regole e dei limiti della giurisdizione ed a sentire come ostile alla giustizia tutto ciò che invece ne costituisce fondamentale garanzia. Ed è in questa sinistra luce di giustizialismo travestito da unico strumento di verità, di moralità e di virtù, che si fa strada un pericoloso sentimento che accomuna presunti autori dei reati ai loro difensori e si coltivano sempre più incontrollati moti di ostilità nei confronti degli Avvocati che svolgono nei processi la loro indispensabile funzione. Senza voler porre in essere arbitrarie generalizzazioni, non vi è dubbio che i fatti denunciati dagli Avvocati difensori del Foro di Civitavecchia, impegnati in un delicato processo che si sta concludendo davanti alla Corte di Assise di Roma, insultati e minacciati solo per aver svolto il loro compito difensivo, costituiscono l’esito complessivo di una cultura deformata. Può darsi che fra quei fatti, e la attenzione pervicace dedicata a quel processo da alcune trasmissioni più o meno specializzate nel settore, non vi sia un nesso diretto di causa ed effetto. Sebbene le minacce di cui sono stati destinatari i nostri colleghi sono solo le ultime di una lunga serie di fatti analoghi, tutti connessi alla enfatizzazione mediatica dei casi dei quali si occupavano, non vi è alcun bisogno di porre relazioni di tal genere, dovendosi piuttosto condannare in maniera inequivoca e con forza, tanto quelle minacce quanto quel modo di occuparsi della giustizia, come prodotti di una medesima pericolosa incultura. Ma questa condanna non può essere disgiunta dall’idea che sia possibile e necessario darsi nuove regole condivise che ci sottraggano tutti all’idea della inevitabilità di questa barbara deriva, e che ripristino, finché si è in tempo, non solo la dignità del processo, ma anche il rispetto del ruolo di ciascuno.
Roma, 14 aprile 2018 La Giunta dell’Unione camere penali italiane

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