apr 15 2018

la legge del più forte-ottocentoquarantanove 15 04 2018

Published by at 7:48 pm under costume,cronaca cremonese,cronaca nazionale,Giudici

LA LEGGE DEL PIU’ FORTE – OTTOCENTOQUARANTANOVE Il pezzo di oggi, preso di nuovo da www.errorigiudiziari.com, ha due forti somiglianze col caso Iori: il colpevole viene indicato dai parenti e amici degli uccisi; il teste a favore è necessariamente bugiardo, quindi dev’esser condannato per falsa testimonianza! —Diciamolo subito: Domenico Morrone è uno degli errori giudiziari più gravi e lunghi mai accaduti in Italia. È rimasto 15 anni in carcere da innocente, accusato di aver ucciso due minorenni. E invece era completamente estraneo ai fatti. Ma prima di dimostrarlo, ha dovuto subire l’esperienza del carcere senza colpa, della condanna definitiva, della convinzione di dover scontare tutta la pena nell’impotenza più totale. È uscito di prigione solo grazie a un processo di revisione. E i suoi avvocati è riuscito a ottenere per lui uno dei risarcimenti per errore giudiziario più alti che si ricordino: 4,5 milioni di euro. Niente, comunque, rispetto al dramma di un uomo costretto a vivere più di quattromila giorni dietro le sbarre senza motivo.
Sono le 13.50 del 30 gennaio 1991. Davanti alla scuola media “Maria Grazia Deledda” di Taranto, un sicario uccide a colpi di pistola calibro 22 due studenti, Antonio Sebastio (15 anni) e suo fratello Giovanni Battista (17 anni). La sparatoria avviene in mezzo alla gente, scatenando il panico. Poche ore dopo i fatti, gli investigatori – coordinati dal Pm del Tribunale di Taranto, Vincenzo Petrocelli, si presentano a casa di Domenico Morrone, 27 anni, pescatore di Taranto incensurato, che non ma mai preso neanche una multa per eccesso di velocità in vita sua. L’uomo viene fermato per duplice omicidio, detenzione e porto illegale di arma da fuoco e munizioni, spari in luogo pubblico. A incastrarlo, secondo l’accusa, ci sarebbero le testimonianze di alcune persone. L’uomo, sbigottito, si dichiara innocente. Non viene e non verrà creduto. Secondo gli inquirenti, movente del duplice omicidio sarebbe stata una vendetta per un litigio con Giovanni Battista avvenuto per futili motivi una ventina di giorni prima del delitto. Dopo la lite, Domenico Morrone era stato ferito alle gambe e, poco tempo più tardi (secondo una testimonianza che in seguito verrà ritrattata), avrebbe minacciato di morte i due ragazzi ritenendoli legati alla criminalità e dunque responsabili del suo ferimento. Al processo, Domenico Morrone presenta il suo alibi: al momento del delitto si trovava nell’appartamento dei vicini di casa di due coniugi che vivono sullo stesso pianerottolo dell’abitazione della sua famiglia. Stava riparando il loro acquario. Ma quando i coniugi confermano l’alibi durante il processo, vengono condannati per falsa testimonianza. Stessa sorte per la madre di Morrone, che riferisce anche lei la stessa circostanza. Per i giudici, il duplice omicida è lui e non può che essere lui. La sentenza di condanna a 21 anni di reclusione diventa definitiva. Per Domenico Morrone si aprono le porte del carcere. Perde il lavoro, la fidanzata lo lascia, la mamma anziana si ritrova a vivere da sola in una situazione di povertà assoluta. La verità è un’altra. Il duplice omicidio è stato in realtà compiuto per vendicare lo scippo che una donna aveva subito la mattina del delitto e che, secondo quanto verrà fuori durante il processo, era stato compiuto dai due ragazzini poi uccisi. Solo le dichiarazioni di due collaboratori di giustizia (Saverio Martinese e Alessandro Ble), nel corso del processo di revisione, arriveranno in aiuto di Domenico Morrone: “Quell’uomo è estraneo agli omicidi, il vero colpevole è un altro. Si tratta del figlio della donna che ha subito lo scippo, ce lo ha detto lui personalmente”. Il processo di revisione si apre nell’ottobre 2004 davanti alla Corte d’appello di Lecce. I giudici di secondo grado assolvono Domenico Morrone il 22 aprile 2006 con la formula più ampia: “per non aver commesso il fatto”. L’uomo ha ormai 42 anni e un terzo della sua vita l’ha trascorsa da condannato innocente. Mentre il Presidente della Corte sta ancora leggendo la sentenza, lui è già al telefono con la madre: “Sono innocente, mamma. Mi hanno detto che sono innocente!”, le dice piangendo. Perché gli investigatori sono arrivati a Domenico Morrone? “Perché sgridava spesso i ragazzini, perché rubavano i motorini”, spiega il suo avvocato, Mario Riccio. “Era un po’ come la voce della loro coscienza e per questo loro lo odiavano. In ospedale i parenti delle vittime indicarono subito lui come il colpevole”: “Venerdì, per l’ultima volta, sono stato contento di dormire in carcere con i miei amici, detenuti e poliziotti, uomini che hanno capito la mia storia e mi hanno aiutato ad avere coraggio. Volevo festeggiare con loro. Avremmo voluto brindare a champagne, ma non è possibile portare alcolici in cella, così abbiamo brindato con il pensiero e con gli sguardi”. Non appena la sentenza diventa definitiva, i legali di Morrone presentano una richiesta di risarcimento per errore giudiziario: chiedono allo Stato che vengano riconosciuti al loro assistito tra gli 8 e i 12 milioni di euro. Non riusciranno a ottenere quanto richiesto, ma a Domenico Morrone saranno liquidati 4 milioni e mezzo di euro. In parallelo, viene intentata una causa contro la Presidenza del Consiglio dei Ministri per la responsabilità dei magistrati che si sono occupati del caso. “Prima di entrare in udienza mi facevo il segno della croce e mi ripetevo: “Questa volta capiranno che sono innocente”. L’ho fatto per 16 anni. Ma ogni volta, anche se le prove erano a mio favore, i giudici del tribunale di Taranto le ignoravano. Non si schiodavano dalla loro teoria a senso unico: ero io l’assassino, il colpevole. Alla fine continuavo a farmi il segno della croce, ma non credevo più di riuscire a dimostrare la mia innocenza”. “La verità era sotto gli occhi di tutti, ma nessuno la voleva vedere. Oggi sono libero e sono felice. Però non è una felicità piena. Continuo a chiedermi perché nessuno mi ha mai creduto? Era tanto difficile ammettere di aver sbagliato? Mi hanno umiliato. Perché?”. La storia di Domenico Morrone, che oggi fa l’operatore ecologico, è finita nelle otto storie di innocenti in carcere contenute in un libro (Toghe che sbagliano), scritto dal suo legale, l’avvocato Claudio Defilippi, con la collega Debora Bosi. (fonti: Il Giornale, la Repubblica, La Nazione.it, Corriere della Sera) Ultimo aggiornamento: 4 dicembre 2015
Cremona 15 04 2018 www.flaminiocozzaglio.info flcozzaglio@gmail.com

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