apr 14 2018

la legge del più forte-ottocentoquarantotto 14 04 2018

Published by at 9:25 pm under costume,cronaca cremonese,cronaca nazionale,Giudici

LA LEGGE DEL PIU’ FORTE – OTTOCENTOQUARANTOTTO Da www.errorigiudiziari.com; pezzo dedicato, come tutti gli altri simili, agli italiani che, non avendo mai avuto a che fare con un Palazzo di Giustizia, si son bevuti tutti i racconti televisivi del Davigo Piercamillo che, se un giudice dimentica di mettere la cravatta in udienza, non viene espulso dalla magistratura la prima volta…………………. —Cagliari, 23 dicembre 1985. Sono circa le 22,30 quando tre uomini armati entrano nel negozio di vini e liquori “Bevimarket” in via dei Donoratico. All’interno è rimasto solo il titolare, Giovanni Battista Pinna, 50 anni, che è sul punto di chiudere e andare a casa. I banditi lo aggrediscono cercando di impossessarsi dell’incasso, sparano tre colpi di pistola, lo uccidono. Durante la fuga, i due rapinatori attraversano un bosco di mandorli e non si accorgono di lasciare dietro di loro un passamontagna. A due passi da quel mandorleto abita uno studente universitario di 24 anni: Aldo Scardella. Alle 6 di mattina del 26 dicembre, una pattuglia della Squadra Mobile di Cagliari si presenta alla porta di casa Scardella per una perquisizione. Gli investigatori sono convinti che quel passamontagna ritrovato così vicino al luogo della rapina e dell’omicidio, sia da collegare al giovane universitario. Del resto, i rapinatori sono scappati a piedi, la casa di Aldo è molto vicina al negozio assaltato, dunque è molto probabile che il colpevole sia proprio lui. Aldo Scardella viene interrogato poco dopo le 9 della stessa mattinata in Questura. Nei due giorni che seguono, è disposta una perizia olfattiva (con l’aiuto di un cane poliziotto) sul capo che è servito ai banditi per il colpo. E viene effettuata la prova del guanto di paraffina. Entrambi gli esami danno esito negativo. Ma non c’è niente da fare: il 29 dicembre il giovane viene arrestato e condotto nel carcere di Oristano, in regime di isolamento. La famiglia non viene avvertita: per dieci giorni nessuno comunica ai genitori quale sia il penitenziario dov’è trattenuto il figlio. Il primo incontro con i suoi arriverà soltanto il 10 aprile 1986, tre mesi e mezzo dopo l’arresto. Fino ad allora, nessuno ha potuto portargli un cambio di biancheria. Per dieci giorni Aldo Scardella non può usufruire di un difensore, perché non gli viene consentito di firmare la delega necessaria ad attribuirgli il mandato. E anche quando riuscirà a conferire il mandato all’avvocato Gianfranco Anedda, non riuscirà mai incontrarlo per avere con lui un colloquio. Intanto un altro test, il guanto di paraffina, esclude che a esplodere il colpo mortale contro il titolare del negozio sia stato lo studente sardo. Il Tribunale della Libertà respinge per ben due volte l’istanza di scarcerazione presentata dall’avvocato Anedda. Ad Aldo Scardella viene negata anche la possibilità di assistere con gli altri detenuti alla Messa di Pasqua, non può neanche appendere poster e disegni alle pareti della sua cella. Per tutta la durata dell’istruttoria sommaria l’imputato viene tenuto in isolamento e non ottiene il permesso di avere colloqui coi familiari e col difensore. Il giudice istruttore di Cagliari, Carmelina Pugliese, non interrogherà mai Aldo Scardella. E concederà ai suoi familiari soltanto tre colloqui in sei mesi.
Nel corso dell’istruttoria sia il pubblico ministero Sergio De Nicola sia il giudice istruttore Carmelina Pugliese non tengono conto di un rapporto dei carabinieri del reparto operativo che indica una pista diversa da quella che ha portato all’arresto di Scardella. Il 2 Luglio 1986 Aldo Scardella viene trovato impiccato nella sua cella, nel carcere Buoncammino di Cagliari. Accanto al corpo viene rinvenuto un biglietto con su scritto: “Muoio da innocente”. L’autopsia troverà nel suo corpo metadone, nonostante le cartelle cliniche del carcere non prescrivessero per lui alcuna terapia. La vicenda scuote l’opinione pubblica: contro il trattamento disumano imposto a Scardella si susseguono interrogazioni parlamentari, dibattiti, polemiche, prese di posizione. Il 23 settembre 1986, Enzo Tortora – che proprio in quel periodo sta combattendo un’aspra battaglia per la giustizia giusta, contro gli errori giudiziari – si reca personalmente a deporre un mazzo di fiori sulla tomba di Aldo Scardella. Il 15 dicembre 1986, il Ministero della Giustizia – rispondendo a un’interrogazione parlamentare sulla vicenda – rivela che il giorno del suicidio, a quasi cinque mesi dalla richiesta di formalizzazione dell’istruttoria, il giudice istruttore non aveva ancora interrogato l’imputato e si era limitata a svolgere un’esigua attività processuale. Secondo il ministro della Giustizia, il magistrato aveva omesso di compiere la maggior parte degli atti istruttori specificamente richiesti dal pubblico ministero, nel trasmettere il fascicolo per la formale istruzione; il cui sollecito espletamento avrebbe potuto permettere la cessazione dell’isolamento del detenuto Aldo Scardella. Alla fine del 1987 il giudice istruttore verrà sottoposto a un procedimento disciplinare da parte del Csm: ne uscirà condannata a una tra le più deboli sanzioni previste per i magistrati: la censura. Nel 1996, il collaboratore di giustizia Antonio Fanni svela i veri autori della rapina con omicidio ingiustamente addebitata ad Aldo Scardella. Si tratta di Walter Camba e Adriano Peddio, membri della banda “Is Mirrionis”, a cui lo stesso Fanni racconta di aver fornito l’arma (una pistola calibro 38). Il 20 settembre 2002, la condanna in quanto colpevoli materiali dell’omicidio nel negozio di vini e liquori. La famiglia Scardella non è mai stata risarcita per la tragedia di Aldo: all’epoca non esisteva ancora l’istituto della riparazione per ingiusta detenzione. Nel 2004 il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, scrive una lettera che esprime “sentita e umana partecipazione al profondo dolore” e ribadisce ancora una volta l’estraneità di Aldo ai fatti che gli erano stati ingiustamente addebitati. Cristiano Scardella dichiarerà in seguito che questo gesto ha rappresentato per la sua famiglia più di qualunque risarcimento. Oggi, a Cagliari, quasi di fronte al negozio dove ci fu la rapina da cui ebbe origine tutta la vicenda, all’interno di un piccolo parco, c’è una piazzetta che dal 2008 è stata intitolata ad Aldo Scardella. La storia dell’universitario sardo suicida perché accusato ingiustamente, rivive attraverso libri (come “Fuori dalla gabbia”, scritto dal fratello Cristiano, e “Il dramma di un innocente”), ma anche in uno spettacolo teatrale “Storia di Mala Justitia” scritto anche questo da Cristiano Scardella “perché fatti del genere non si ripetano più. Musica, poesia e recitazione son ben assortiti, e si sente Aldo che grida un po’ di verità”. (fonti: Il Giornale, Repubblica,Tottus In Pari) Ultimo aggiornamento:19 marzo 2018
Cremona 14 04 2018 www.flaminiocozzaglio.info flcozzaglio@gmail.com

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